ROMA – Pane e sfruttamento. Questo mettono nel carrello gli italiani quando fanno la spesa. Non sempre, ma spesso. E i consumatori lo sanno. Hanno visto passare sugli schermi le immagini dei caporali che portano sui campi i braccianti, lavoratori poveri, che per paghe misere stanno chini sui campi ore, dormono accanto alle stalle o in baracche di lamiera. A volte, muoiono dalla fatica. Lo sanno gli italiani e non gli piace. Lo dimostra un sondaggio condotto da Ferconsumatori con Oxfam, che ha lanciato la campagna “Al giusto prezzo”. Lo sanno a tal punto che ben il 74,41% di loro si è detto disposto ad acquistare un prodotto libero da dinamiche di sfruttamento dei lavoratori, indipendentemente dal prezzo. Solo per il 21,8%, il fattore prezzo rimane determinante nella scelta. Non sono pochi in realtà, un quinto dei consumatori italiani sono pronti a chiudere gli occhi.  

Coscienti del problema, ma incapaci, i consumatori italiani, di risolverlo davanti agli scaffali del supermercato. Come riconoscere i prodotti che non incamerino al loro interno quello sfruttamento di cui finiscono per diventare ignari complici? Otto su dieci dichiarano infatti di non possedere adeguate informazioni per poter riconoscere si prodotti che assicurano una equa redistribuzione del valore tra tutti gli attori della filiera. E la filiera è lunga. 

“Senza informazioni ed elementi che garantiscano la piena trasparenza sul rispetto dei diritti umani nelle filiere, i consumatori non riescono a esercitare una scelta responsabile – ha dichiarato Giorgia Ceccarelli, policy advisor di Oxfam Italia – Trasparenza quindi, ma anche la piena assunzione di responsabilità da parte di tutti gli attori delle filiere agroalimentari, inclusa la Grande Distribuzione Organizzata, in nome di una maggiore equità”. Certo ci sono esempi di eccellenza, i prodotti di Libera, per fare un esempio o la vendita diretta a chilometro zero. Ma è ben poco. 

Meno ingenuo di quel che possa apparire, chi fa la spesa sa bene a chi attribuire le colpe dello sfruttamento di braccianti e operai agricoli. Dietro c’è la mafia. A pensarla così è il 63,34% dei consumatori. Ma non solo. Anche gli imprenditori agricoli sono complici, secondo il 54,11% dei consumatori, mentre per un altro 54,6% c’è un’assenza totale di controllo da parte delle agenzie agricole.

Come dire che basterebbe più sorveglianza, anche i famosi droni (il ministro Tria era d’accordo a usarli), per combattere se non tutte le storture, almeno il caporalato. Ma lo sfruttamento non è solo sui campi. È lungo tutta la filiera e chi fa la spesa lo sa. “Ben il 44% degli intervistati considera lo schiacciamento dei prezzi pagati dalla GDO per rifornire i propri scaffali e le scelte di acquisto compiute dai consumatori, solo in base alla convenienza economica di un prodotto, tra le cause principali dello sfruttamento del lavoro a discapito degli anelli più deboli della filiera di produzione – spiega Emilio Viafora, presidente di Federconsumatori – Ciò evidenzia un alto grado di consapevolezza tra i consumatori italiani sul tema”.  

E per non essere complici, i consumatori chiedono alla Grande Distribuzione, non la guerra delle offerte, ma qualcosa che garantisca che ciò che mettono nel carrello sia libero dallo sfruttamento. È su questo che vorrebbero concentrate le promozioni. Dunque non solo aumentare la trasparenza delle informazioni sull’origine e il percorso che un prodotto compie dal campo allo scaffale, ma anche garantire ai produttori un costo all’origine dignitoso. Azioni che la Gdo potrebbe intraprendere subito. “Le aziende – secondo Giorgia Ceccarelli – devono adottare meccanismi più robusti di due diligence in materia di diritti umani, per capire e monitorare se e come il loro modo di operare sulle filiere agroalimentari stia causando o contribuendo a violazioni dei diritti umani”. E dato che la reputation, oggi va di gran moda, sarebbe bene che qualcuno iniziasse a pensarci seriamente.

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