NON tutti sanno che Siri (Apple) può parlare anche con un timbro di voce maschile. Anche Alexa (Amazon) ci ha abituati ad ascoltare la voce femminile che risponde ai nostri comandi. Che siamo fin troppo assuefatti ad interlocuire con una donna anche quando abbiamo a che fare con una macchina lo conferma l’Onu che, insieme al governo tedesco e la Equals Skills Coalition, ha appena pubblicato uno studio intitolato “Se potessi, arrossirei”, un riferimento alla risposta standard di Siri quando riceve un insulto e “il frutto di un lampante squilibrio di genere nel settore tecnologico”.

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E’ solo l’ultimo richiamo alla differenza di genere che l’intelligenza artificiale ha ereditato da noi, al punto da sviluppare troppo spesso personalità sottomesse che assumono le voci femminili di Siri, Alexa e Google Assistant. Sono dentro i nostri smartphone o nello speaker intelligente del salotto, convivono con noi, e neppure ci rendiamo conto di quanto incarnino gli stereotipi femminili. Ora però l’Unesco ricorda a chi le ha create che i presupposti del #meetoo, il movimento contro le molestie e i soprusi alle donne, valgono anche per le voci.

“Macchine passivamente obbedienti con voci di donne entrano nelle nostre case, nelle nostre auto e nei nostri uffici. La loro sottomissione influenza come la gente reagisce alle voci femminili e come le donne rispondono a richieste e si esprimono”, sottolinea Saniye Gülser Corat, direttore della parità di genere all’Unesco, che nelle icone del suo profilo Twitter ha un computer e una scarpa rossa con tacco a ricordare la violenza contro le donne. Perché nel mondo digitale anche le emoji hanno un senso, così come le voci. Per questo l’Unesco ha chiesto ai giganti tech – Apple, Amazon e Google primi fra tutti – un cambio di rotta: troppo poche le donne che lavorano nel mondo dell’intelligenza artificiale e lo sviluppo non può che risentire di uno squilibrio di genere.

Così fra le due opzioni uomo-donna, e nel tentativo di azzerare i cosiddetti gender bias, fa capolino la voce artificiale neutra: si chiama “Q” e non ha timbro maschile né femminile. Per crearla il network creativo anglo-americano Virtue Worldwide, in collaborazione con la ricercatrice danese Anna Jorgensen, ha fuso le voci di cinque persone manipolando poi il risultato elettronicamente per comprimerne la tonalità in una banda di frequenze che oscilla attorno ai “neutrali” 153Hz.

Il risultato è una voce artificiale che potrebbe dare risposte sbagliate, ma almeno è senza identità di genere. Ora la sfida sarà farla adottare dai cervelli della Silicon Valley per portarla ovunque, anche fuori dagli smartphone, fino “alle stazioni della metropolitana, agli stadi, allo spettacolo e altrove”.


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