Solo metà degli addetti, nelle aziende italiane, vede un computer almeno una volta a settimana. E solo un’impresa su sei impiega in pianta stabile uno specialista in software e informatica. Non sono dati dell’altro secolo, ma di oggi: 2018. E l’Istat spiega che si riferiscono alle aziende con almeno 10 addetti. Quelle più robuste, quindi, rispetto allo spolverio di microaziende che affollano il panorama economico del paese. Insomma, in gran parte del sistema economico italiano, la terza rivoluzione industriale ancora non è arrivata. Basta questo a spiegare il Grande Mistero Italiano, ovvero la paralisi di una economia sviluppata, ma ferma, ormai, da un quarto di secolo? Se è così, dice più di un economista, le cose potrebbero anche essere messe peggio. L’analfabetismo informatico può essere, infatti, la spia di tare più profonde e radicate e la conclusione – sconsolante – è che non è (solo) un problema di qualche pc in più.

Il “mal italiano” hanno cominciato a chiamarlo e la sua natura intriga ormai da anni gli economisti. E’ il problema di fondo dell’Italia di oggi. Disavanzo, debito pubblico, disoccupazione sono tutti effetti della paralisi dell’economia che, unica fra i paesi sviluppati, ha smesso di crescere a metà degli anni ’90. Perché? La diagnosi è facile: ha smesso di aumentare la produttività, ovvero l’efficienza delle imprese nello sfornare il loro prodotto. Anzi, nel corso di questo quarto di secolo è addirittura diminuita. Siamo l’unico paese sviluppato, in cui la produttività è scesa prima – e non dopo – la grande crisi finanziaria del 2008. Per spiegare il fenomeno, le ipotesi non mancano. E’ colpa della concorrenza cinese. Oppure, più in generale, della globalizzazione. O, magari, dell’euro. O anche di un mercato del lavoro troppo rigido.
Secondo Bruno Pellegrino e Luigi Zingales, due economisti italiani che insegnano in America, (“Diagnosing the Italian Disease” si chiama il loro studio, appena rielaborato) nessuna di questa ipotesi è convincente. Preferiscono puntare sull’incapacità del grosso dell’economia italiana a cavalcare la rivoluzione informatica che, giusto un quarto di secolo fa, iniziava a moltiplicare la produttività americana. La controprova – dicono – è che, nella minoranza di imprese italiane che hanno fatto spazio a computer e software, la produttività si è mossa secondo il ritmo internazionale.

Questa, tuttavia, è solo metà del ragionamento di Pellegrino e Zingales. Lo studio, infatti, si chiede: perché il resto dell’economia italiana ha preferito chiudere gli occhi? Secondo i due economisti, la spiegazione è nel metodo di selezione abituale dei manager delle imprese: fondato non sulla competenza, sull’efficienza, sul merito, ma sulla lealtà e la vicinanza alla proprietà. Non è una osservazione nuova. Salvatore Rossi (l’ex direttore generale della Banca d’Italia) e Anna Giunta, in un libro recente – “Cosa sa fare l’Italia” –  giungevano ad una conclusione simile, non su base matematica, ma aneddottica, elencando la serie di imprese che visitavano, in cui il direttore al marketing era il genero, la responsabile del personale la figlia piccola e il responsabile dei conti un cugino cresciuto in casa. Il problema, dicevano Rossi e Giunta, non è la prevalenza della proprietà familiare nelle imprese italiane. Più o meno, l’incidenza è la stessa in Germania. Ma le famiglie imprenditoriali tedesche si affidano ai manager. In Italia, invece, la familiarità diventa familismo. E le imprese vengono sistematicamente affidate ai parenti.

La conclusione di Zingales e Pellegrino, però, è più amara. Il lealismo, anziché la meritocrazia, non è una distorsione, ma la risposta più efficiente al mondo in cui quelle imprese di muovono. Un mondo in cui, piuttosto che la competenza, sono i legami personali e familiari i più funzionali a navigare il contesto della burocrazia, dei tribunali, delle banche. Se Pellegrino, Zingales, Rossi e Giunta hanno ragione, rilanciare l’economia italiana sarà un’opera di lunga lena.



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