Dallo “stadio fatto bene” a una bufera giudiziaria che segnerà il cammino dei 5S, sia a livello locale che nazionale. All’altare del progetto di Tor di Valle i grillini avevano già sacrificato molto. Prima di tutto le vecchie battaglie da forza di opposizione e il programma votato dalla maggioranza dei romani, un manifesto che non prevedeva la realizzazione della nuova casa dei giallorossi. Poi la compattezza del gruppo pentastellato in Campidoglio, con l’uscita della consigliera dissidente Cristina Grancio e i mal di pancia trattenuti a stento di tanti altri eletti. Infine la tempesta con la prima ondata di arresti che ha tolto a Virginia Raggi il braccio destro, l’avvocato Luca Lanzalone.
 

Adesso la storia si ripete: appena archiviata la posizione dell’ex capogruppo Paolo Ferrara, tocca al presidente dell’Assemblea capitolina Marcello De Vito. Pentastellato doc, è stato arrestato per corruzione. Un terremoto che lascia a bocca aperta i consiglieri, fa salire la temperatura nelle chat e lascia scoperta una delle poltrone più importanti del Campidoglio. Così l’affare dello stadio della Roma rischia di diventare la Mafia Capitale dei grillini, una Tangentopoli in salsa 5S particolarmente dolorosa per chi è entrato in Comune urlando “onestà”.
 

La genesi del progetto parte da lontano. Dal primo plastico presentato a palazzo Senatorio in era Alemanno e dalla versione studiata dal sindaco Marino e dal suo assessore all’Urbanistica Giovanni Caudo. Un piano che i 5S hanno voluto modificare: prevedeva la realizzazione di tre grattacieli, le tre torri disegnate dall’archistar Daniel Libeskind, accanto al nuovo Colosseo giallorosso. Strutture eliminate a favore di un business park almeno su carta più leggero nella travagliata revisione pentastellata. La modifica ha riavviato l’intero iter autorizzativo, ha riavviato gli immancabili contrasti tra il Comune grillino e la Regione a guida Pd, costretto gli uffici capitolini a rivedere il sistema di opere pubbliche a sostegno dell’impianto tra le polemiche dei consiglieri di maggioranza e di opposizione e infine aperto le porte del Campidoglio all’avvocato Luca Lanzalone.
 
Da quel momento in poi, la vicenda ha assunto altri toni. Con l’arresto di Lanzalone, nominato nel frattempo presidente di Acea, e quello di Marcello De Vito allo “stadio fatto bene” si è accostata la parola “corruzione”. E in Comune già si studia l’ennesimo salto mortale per uscire da una situazione di nuovo incandescente.

Giampaoletti, dg del Campidoglio commenta:  “Se l’iter per l’approvazione del progetto non è stato toccato dall’inchiesta si va avanti. Questo sotto un profilo squisitamente tecnico. I consiglieri potrebbero non volerlo votarlo più? Qui si entra nella politica”. Subito dopo Daniele Frongia assessore allo Sport e dice: “Prima di qualsiasi commento vogliamo leggere l’ordinanza di arresto”



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