Il solco tra il mondo dell’università e quello del lavoro e dell’impresa è sempre più tangibile. Il nostro Paese fatica a valorizzare le proprie competenze scientifiche e i risultati della ricerca e a trasformarli in impresa. In tal senso sembra di buon auspicio quanto annunciato da Marco Bussetti, Ministro dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca che, in due diverse occasioni pubbliche, ha parlato del lancio di un fondo privato partecipato dal Miur al 20% che metta in contatto mondo della ricerca e imprese. L’obiettivo sarebbe quello di occuparsi di trasferimento tecnologico dalle nostre università al mondo dell’impresa. 

Il nostro Paese si distingue a livello internazionale per la qualità della ricerca: siamo quarti per numero di pubblicazioni scientifiche nel settore biomedico e manteniamo il primato a livello europeo in settori come la meccanica e la meccatronica. Un sapere che non solo non va disperso, ma soprattutto deve essere valorizzato.

In un’intervista a Italia Oggi a maggio Giuseppe Valditara, capo dipartimento università e ricerca del Miur, lamentava giustamente che a fronte di un totale di circa 3900 brevetti attivi nel portafoglio delle università italiane siamo undicesimi al mondo: “il ritorno medio per ciascuna delle 55 università censite è di 36 mila euro”. Una cifra irrisoria se si pensa ad esempio che la produzione di tecnologia e brevetti negli ultimi dieci anni dell’Università della Florida, non una delle prime degli USA, ha prodotto rendimenti per circa 700 milioni di dollari negli in 10 anni derivanti da royalties, ovvero grazie a contratti di licenza su brevetti di tecnologie sviluppate all’interno del proprio parco tecnologico e trasferite all’impresa. 

Negli ultimi anni sono stati diversi i propositi per cercare di cambiare la rotta e spingere il sodalizio tra università e impresa. Uno strumento pubblico in vigore che ha dato sicuramente un importante impulso è stato il patent box: voluto dalla comunità europea e recepito anche dall’Italia, consiste in una tassazione agevolata per i redditi derivanti dall’utilizzo di software protetto da copyright, di brevetti industriali, di disegni e modelli, nonché di processi, formule e informazioni relative ad esperienze acquisite nel campo industriale, commerciale o scientifico giuridicamente tutelabili.

Esistono vari fondi italiani stanziati in questa direzione, anche se manca ancora una visione complessiva: c’è ancora troppa frammentazione in termini di competenze e capacità decisionali che possano creare un volano davvero positivo, come accaduto in altri paesi come Olanda, Germania, ma anche Israele o Giappone. 

Tra i progetti a cavallo tra pubblico e privato esiste la Piattaforma ITAtech nata da Cassa depositi e prestiti e dal Fondo Europeo per gli Investimenti (FEI, del Gruppo BEI) che ha come obiettivo proprio l’investimento in fondi di trasferimento tecnologico. Esiste anche un’altra iniziativa pubblica, il Knowledge Exchange Program (KEP) dell’ENEA – l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile – che mette a disposizione delle imprese e delle loro associazioni un team di 15 “ambasciatori dell’innovazione”, specializzati proprio nel trasferimento tecnologico, e un fondoProof of Concept, da 2,5 milioni di euro per lo sviluppo di progetti congiunti. L’obiettivo è quello di supportare lo sviluppo di progetti per innalzare il cosiddetto “livello di maturità tecnologica” – TRL (Technology Readiness Level) – dei prodotti della ricerca e avvicinarli alla commercializzazione, insieme ad imprese che vogliono condividere il rischio dell’investimento (i primi 13 progetti finanziati partiranno a breve dopo la selezione con IBAN, l’associazione italiana dei business angel).

Purtroppo è ancora presto per vedere risultati tangibili. E la vera motivazione va individuata probabilmente nella bassa attitudine delle nostre accademie a produrre ricerca applicata – anche se adesso i finanziamenti europei per la ricerca applicata sono tali da incentivare questi studi, un tempo principalmente dedicati allo sviluppo della ricerca di base. Un altro deterrente è sicuramente la resistenza delle imprese a intraprendere percorsi di innovazione con il mondo della ricerca, da sempre molto distante dalle logiche e dai tempi dettati dalla produzione industriale. Una soluzione potrebbe essere quella di partire proprio dalle esigenze di innovazione delle imprese, dai loro bisogni o problemi da risolvere per intercettare le giuste soluzioni attraverso le attività di scouting tecnologico. In questo modo sarebbe più facile allineare gli interessi, partendo da requisiti più chiari e, una volta trovate le soluzioni nel mondo della Ricerca, le imprese sarebbero più attente a portare avanti i percorsi di collaborazione o di co-innovazione proprio perché’ avrebbero chiara la visione del loro futuro di innovazione, e quindi dei nuovi mercati potenziali,  partendo proprio da quei requisiti e dalle opportunità ad essi correlate. 
In ogni caso, anche se aspettiamo di vedere i dettagli, ben venga l’iniziativa del MIUR. Anche se potrà avere successo solo se parallelamente verranno creati processi e strutture di lavoro che in maniera competente e specializzata saranno in grado di avvicinare il mondo dell’industria al mondo della ricerca, comprendendo i linguaggi e le esigenze di entrambi.

E nel frattempo prendiamo spunto dall’Europa che non solo stanzia fondi ma ha anche chiaramente definito come utilizzarli in modo da rendere più competitive le Pmi promuovendo anche l’uso di strumenti di trasferimento tecnologico in un’ottica più ampia di digitalizzazione e crescita delle imprese.

* Quantum Leap



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