In principio l’assegno di divorzio doveva garantire il mantenimento del tenore di vita (1990-2017) poi permettere al coniuge di essere autosufficiente economicamente (2017-2018) e, alla fine, compensare i sacrifici fatti e il contributo dato quando la coppia era unita (2018-oggi).

Prossimamente, forse, si cambierà ancora. La Commissione Giustizia della Camera dei deputati ha infatti approvato una legge di riforma della legge sul divorzio. L’originaria proposta firmata dall’onorevole Morani è stata, però, stravolta da un’emendamento della maggioranza. Nelle intenzioni della deputata del Pd, infatti, l’assegno di divorzio avrebbe dovuto tendere a equilibrare, nei limiti del possibile, la disparità tra i coniugi che si produce per effetto dello scioglimento del vincolo; per realizzare questo principio, poi, la proposta indicava una serie di fattori che il Giudice doveva considerare. Con l’approvazione dell’emendamento sono rimasti i fattori, ma è scomparsa la finalità.

Ove la norma venisse approvata (prima alla Camera poi al Senato, dove i numeri potrebbero essere più risicati) dunque il Giudice dovrà considerare non tanto quanto ciascuno dei coniugi ha fatto quando era sposato ma principalmente la situazione in cui si trova al momento del divorzio: età, reddito, patrimonio, formazione professionale, possibilità di trovarsi un’occupazione, tempo che deve dedicare alla cura dei figli; non conterà invece, il comportamento tenuto durante la convivenza.

La nuova legge ribadisce che l’assegno non è dovuto se chi lo richiede si risposa oppure in caso di convivenza. Due principi peraltro già oggi applicati, il primo perché lo dice la legge, il secondo perché lo dicono le sentenze dal 2015 in avanti.

Un ennesimo cambio in corsa, insomma, di cui forse non se ne sente l’urgenza. Se è vero che, sino all’anno scorso, troppe erano le ingiustizie (assegni versati a nulla facenti e posti a carico di chi era in gravi difficoltà economiche), è anche vero che la Cassazione nel luglio 2018 ha indicato il percorso che ogni Giudice è tenuto a seguire per stabilire se l’assegno è dovuto o no.

La riforma proposta, forse, rischia di far venire meno quella chiarezza che, invece, sarebbe necessaria tutte le volte che si interviene sulla famiglia; in particolare c’è il pericolo di concedere al giudice una discrezionalità eccessiva, per limitare la quale, nel 1987 proprio la legge sul divorzio era stata modificata. Oggi si rischia di tornare indietro ad allora, per cui, magari, la stessa situazione a Roma sarà trattata diversamente da come lo potrebbe essere a Civitavecchia.

Il nostro Parlamento, pur animato dalle migliori intenzioni, dovrebbe fare un passo in più per semplificare la vita ai cittadini, magari permettendo loro di fare i patti prematrimoniali o quanto meno di stabilire in separazione cosa accadrà al divorzio: maggior chiarezza e dimezzamento delle spese per lenire il dolore di chi, oltre a lasciarsi, vive anni in balia dell’incertezza di quello che sarà il suo futuro.

* Avvocato del Comitato Scientifico de Il Familiarista, portale interdisciplinare in materia di diritto di famiglia di Giuffrè Francis Lefebvre



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