MILANO – Il barile di petrolio segna il maggior rincaro giornaliero dopo che un attacco portato via droni ha compromesso un importante sito di Aramco, in Arabia Saudita, facendo sparire dallo scacchiere globale dell’oro nero in pochi istanti il 5% delle forniture mondiali. Il presidente americano Donald Trump ha addossato la responsabilità dell’attacco, rivendicato dai ribelli houthi dello Yemen, all’Iran.

A Londra il future sul barile di Brent ha guadagnato circa12 dollari nei secondi successivi all’apertura – traccia Bloomberg – ovvero il massimo registrato in dollari dal lancio del contratto nel 1988. In un secondo momento, i prezzi hanno ritracciato dal guadagno monstre del 20% che lasciavano vedere nei primi scambi, ma si tratta comunque del maggior movimento da tre anni a questa parte. Anche il barile di Wti, la qualità di riferimento degli Stati Uniti, sulla piazza di Singapore è arrivata a guadagnare intorno al 10 per cento dopo un iniziale congelamento degli scambi. La gravità dello choc si mostra chiaramente se si pensa che fino ai giorni scorsi l’Arabia saudita pompava circa 9,8 milioni di barili al giorno, il 10 per cento circa della produzione globale.

Gli analisti spiegano come questi movimenti siano dovuti dal fatto che il mercato non ha mai dovuto incassare una simile interruzione delle sue forniture, che ha generato una altrettanto inedita reazione dei mercati. Il colosso saudita Aramco, la maggior compagnia petrolifera al mondo per altro in dirittura d’arrivo con la sua maxi quotazione in Borsa, ha dovuto ammettere l’interruzione nella produzione da 5,7 milioni di barili al giorno. Un fenomeno che balza in cima alla classifica degli choc petroliferi, superando quel che accadde nel 1990 quando l’avvio della guerra da parte di Saddam Hussein mise fuori gioco i campi petroliferi in Iraq e Kuwait.

La classifica delle interruzioni nel flusso di greggio

La classifica delle interruzioni nel flusso di greggio

Adesso l’attesa è per capire quanto tempo ci vorrà per riportare le cose a posto. Secondo le fonti di Bloomberg, flussi rilevanti potrebbero riprendere nel giro di pochi giorni, ma potrebbero servire settimane per tornare alla piena capacità estrattiva. Secondo alcuni osservatori, già lunedì l’Arabia dovrebbe essere in grado di riaprire la metà dei rubinetti interessati.

La classifica delle interruzioni nel flusso di greggio

La classifica delle interruzioni nel flusso di greggio

Edward Morse, capo degli economisti di Citi che si dedica appunto alle commodity, ha centrato la questione in un report della notte: “Non importa se all’Arabia saudita serviranno cinque giorni o molto più per riportare la produzione ai livelli antecedenti l’attacco, ma l’unica lezione dell’attacco di questo fine settimana all’infrastruttura saudita è che la stessa infrastruttura è estremamente vulnerabile agli attacchi. Il mercato ha a lungo prezzato male il petrolio, noi crediamo che debba esser 10 dollari sopra i livelli ai quali ha stazionato per mesi”. Se a questo si aggiunge l’immediata uscita di Trump contro l’Iran e l’inasprimento delle tensioni nell’area, si vede chiaramente come il problema diventa geopolitico e la sua ampiezza supera di gran lunga la tematica dell’intervento riparatore. Anche Unicredit, infatti, scrive che in caso di assenza di una escalation nelle tensioni geopolitiche, lo choc sulle forniture dovrebbe esser solo “temporaneo” in un mercato che piuttosto soffre di un problema di abbondanza di offerta.

In attesa degli sviluppi, Riad e gli Stati Uniti metteranno mano alle scorte per cercare di mantenere i flussi costanti. Aramco cercherà di soddisfare i suoi impegni grazie alla sua rete internazionale di scorte. Oltre che milioni di barili custoditi nel Regno stesso, contano su tre punti d’appoggio strategici: Rotterdam, Okinawa in Giappone e Sidi Kerir sulla costa egiziana sul Mediterraneo.

Ci si interroga ora anche sui riflessi che si potranno avere sui consumi. Nel fine settimana, a caldo il presidente di Nomisma Energia, Davide Tabarelli, ricordava tuttavia che “anche in passato, di fronte a episodi simili, le conseguenze erano state limitate”. Il professore stimava che, con un prezzo del petrolio sopra i 100 dollari la benzina passerebbe da 1,55 euro al litro a 1,80″.

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Carlo VerdelliABBONATI A REPUBBLICA



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