FRANCOFORTE – Per un banchiere centrale ci sono poche sfide insidiose come quella dell’inflazione troppo bassa. La Bce ha inondato di liquidità i mercati salvando le banche, ha comprato titoli di Stato a mani basse per scacciare lo spettro dei default sovrani, ha persino scongiurato la deflazione che quattro anni fa stava attanagliando soprattutto i Paesi del Sudeuropa con il quantitative easing. Ma non sta riuscendo a sconfiggere la maledizione di un ritmo dei prezzi che continua ad essere ben al di sotto del 2 per cento che l’obiettivo principale della Bce e che continuerà a restare attorno all’1% anche nei prossimi anni. Aggravata, in questi mesi, da un’economia che nell’eurozona e soprattutto in Germania sta virando in negativo. La Bce è come un medico che è riuscito a curare il suo paziente da polmoniti e bronchiti gravi ma non riesce a liberarlo da una lieve febbriciattola che non gli dà mai tregua.
 

Perciò Mario Draghi affronta oggi, alla penultima riunione dal presidente della Bce, l’ennesima sfida epocale. Alla prima seduta del Consiglio di otto anni fa indossò immediatamente l’elmetto, e taglio i tassi a sorpresa. E da allora quell’elmetto non è mai riuscito a toglierselo. Oggi è attesa una riduzione dei tassi sui depositi di 10 o 20 punti: con una penalità da 50 o 60 punti sui soldi che parcheggiano a Francoforte, Draghi spera che le banche si convincano a immettere più denaro nel circuito economico, a riavviare la macchina quasi ferma delle imprese e dell’economia reale. Per tranquillizzare le banche, che si lamentano da tre anni, da quando il tasso è stato fissato a -0,40%, dell’erosione dei loro margini di profitto, la Bce potrebbe introdurre delle eccezioni. 
 

Tuttavia, alla sfida dei numeri si è aggiunta quella politica, le tensioni interne con i falchi nel Consiglio direttivo che hanno già ricominciato ad alzare la testa in vista di un nuovo giro di acquisti di titoli sovrani, ma anche l’irritazione che Draghi ha esplicitato a più riprese nei confronti del governo Merkel, che non fa nulla per risollevare la sua economia avviata verso la recessione tecnica. Non è escluso che la Germania alla fine ceda alle pressioni che arrivano da mezza Europa perché apra i cordoni della borsa. 
 
Anche se alla presentazione del bilancio 2020 il ministro delle Finanze Olaf Scholz ha ribadito martedì di voler mantenere i conti in ordine, non è escluso che il “pacchetto eco” annunciato per il 20 settembre non contenga qualche novità sul fronte della spesa per investimenti. Inoltre Scholz ha sottolineato che se il quadro dovesse peggiorare, la Germania è pronta a intervenire con “parecchi miliardi” di euro. Ma intanto, anche alla luce delle aspettative che si sono accumulate nei mercati dopo le promesse di Draghi degli ultimi mesi, la Bce è costretta ad agire già adesso.
 

Il capo dei guardiani dell’euro non ha mai esitato, inoltre, a rispondere alle bordate di Donald Trump, che ha considera la politica iperaccomodante attuale della Bce un’arma dannosa contro il dollaro, che il presidente americano vorrebbe in cantina, e che minaccia di rispondere a quella che considera una guerra delle valute con ritorsioni sul fronte commerciale. Trump ha ricominciato simmetricamente ad assillare il governatore della Fed Jerome Powell perché tagli i tassi di interesse a zero.
 
I tedeschi speravano che l’elmetto di Draghi fosse prussiano, come quello che la Bild gli aveva piazzato in testa in una famosa foto pubblicata alla vigilia della nomina. Invece l’ex governatore di Bankitalia ha preferito l’elmetto verde di un marine in trincea e continua a rispondere colpo su colpo alle critiche che arrivano dai banchieri centrali tedeschi, olandesi o baltici in vista di un nuovo giro di acquisti di bond privati e pubblici. Improbabile che venga annunciato già oggi, ma è atteso nei prossimi mesi. Secondo gli osservatori più attenti il Qe rischia di sbattere contro i limiti imposti dalla stessa Bce, ad esempio il divieto di comprare più del 30% del debito di un singolo Paese – nel caso della Germania quel tetto non è lontano. Ma Draghi stesso ha assicurato più volte che c’è abbastanza spazio di manovra. E con lui, come diceva una famosa pubblicità di caramelle, basta la parola. 

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Carlo VerdelliABBONATI A REPUBBLICA



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