Quanto è verde, oggi, Big Oil? La grande novità, carica di speranza per il futuro, è che – a parole – i giganti del petrolio hanno scoperto, negli ultimi tre-quattro anni, i rischi dell’effetto serra, fino a reclamare una tassa sull’anidride carbonica. E gli impegni – anche solo verbali – alla fine peseranno. Ma, se andiamo a guardare quanto fatto attivamente in prima persona, per ora è accaduto ben poco. Zero negli Usa, solo qualcosa di più in Europa, dove proprio l’italiana Eni è capofila dei petrolieri ad aspirazione verde.  In qualche modo, è comprensibile: mai è stato così difficile fare il petroliere. Gli esperti sono convinti che, almeno fino al 2050, il mondo avrà bisogno di volumi significativi di gas e petrolio. Ma può essere un orizzonte troppo corto per investimenti – come l’esplorazione e lo sfruttamento dei pozzi – che sono necessariamente a lunga scadenza e che, un domani più o meno lontano, regole internazionali potrebbero bloccare, sigillando il petrolio nei pozzi. Contemporaneamente, buttarsi sulle rinnovabili non assicura quei ritorni dell’8-12 per cento sul capitale che, oggi, i dirigenti di Big Oil assicurano ai loro azionisti. Più in generale, dice un rapporto appena pubblicato dall’Oxford Institute for Energy Studies (Oies), il dilemma per i grandi del petrolio è che “i loro modelli di business e di tecnologia sono incompatibili con un mondo che trova il modo di liberarsi della dipendenza dalla CO2, ma il loro futuro dipende dal far parte della soluzione”.

Per ora, infatti, procedono a tentoni. Il primo scalino è quello dei “barili puliti”. Fra il 15 e il 40 per cento dell’anidride carbonica legata al ciclo del petrolio (compreso quello nei serbatoi delle auto) viene emesso ancor prima che il combustibile esca dalle raffinerie. Ecco perché l’esplorazione si indirizza sempre più verso i petroli leggeri (come quelli del Mare del Nord o del Golfo) e si allontana da quelli pesanti (Venezuela e Canada) che richiedono lavorazioni a maggiore intensità di energia.

Il secondo scalino è quello di cominciare a puntare con decisione ad un avvenire in cui il grosso del business è legato alla produzione di elettricità, l’energia pulita del futuro. Shell, Total, Repsol si stanno muovendo con decisione in questa direzione, tentando di replicare, nell’energia pulita, il modello verticale del ciclo del petrolio: invece che “dal pozzo alla pompa”, dalla centrale alla colonnina di ricarica della batteria dell’auto.

Nonostante le dichiarazioni, tuttavia, l’analisi compiuta dall’istituto di Oxford mostra che, tuttora, su 30 miliardi di dollari di investimenti previsti dalle major del petrolio, solo 2 o 3 miliardi sono destinati  progetti legati alle rinnovabili. Elettricità, nella testa degli uomini del petrolio, sembra significare ancora soprattutto centrali a gas. Dicono gli esperti che il business model che tuttora domina Big Oil è quello che divide l’impegno, 50 a 50, fra petrolio e gas.

La controprova è nelle scommesse che le grandi aziende petrolifere fanno sul futuro, come certificato dalle direzioni verso cui indirizzano il loro sforzo di innovazione tecnologica. Solo l’8 per cento dei brevetti riconducibili alle major del petrolio ha a che fare con le rinnovabili, il resto riguarda la tradizionale tecnologia petrolifera. E, però, si guardano intorno. Se, invece della R&S fatta in casa, guardiamo a quella cui partecipano attraverso il venture capital, lo scenario cambia. L’impegno finanziario è più ridotto, ma su 200 investimenti via venture capital censiti dall’Oies, le rinnovabili occupano il secondo posto nel numero di brevetti.

Comunque, parlare di Big Oil come un tutto unico non ha più senso. Guardando ad un database di 3 mila brevetti, le differenze sono enormi. In particolare, fra europei e americani. Con il 30 per cento di brevetti legati alle rinnovabili, l’Eni è in testa alla classifica dei petrolieri verdi. La spagnola Repsol con il 25 per cento, la francese Total con il 20, l’angloolandese Shell con il 18 per cento, vengono subito dietro. Le americane, come l’inglese Bp, pensano a diversificarsi, invece, nella chimica. Solo il 5 per cento dei brevetti Exxon, Bp e dei sauditi dell’Aramco ha a che fare con le rinnovabili. Per l’altra grande americana, Chevron, siamo praticamente a zero.
 
 



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