ROMA – “Mio figlio è morto per la Blackout challenge”, è questo l’allarme lanciato da Ramon Maj, papà di Igor, il 14enne milanese che il 18 settembre scorso sarebbe morto, stando a quanto dice il padre, per aver partecipato alla Blackout challenge: una sfida online che consisterebbe nel provocarsi lo svenimento privandosi dell’ossigeno. L’appello è stato lanciato durante la trasmissione Le Iene andata in onda ieri sera su Italia Uno, in un servizio firmato da Matteo Viviani. Un servizio che ha sollevato polemiche sui social network. “Qualcuno inizi a tenere i conti – uno per uno – dell’aumento di morti legati a fenomeni farlocchi che non esistevano prima che la televisione se li inventasse, e inizi a ritenerli responsabili”, scrive per esempio Gianluca Neri, autore e gestore del blog Macchianera.
 

Dalla polizia postale di Milano fanno sapere che nel merito del caso di Igor sono intervenuti con il monitoraggio di video online che non spiegavano la Blackout challenge, ma una tecnica pseudo-sportiva che induce lo svenimento e le indagini sono ancora in corso.

 

Blackout challenge, niente a che fare con il gioco

La Blackout challenge — nelle sue varianti come “gioco dello svenimento”, choking game, black hole, flatline game, gasp game — consisterebbe nel provocarsi uno svenimento privandosi dell’ossigeno per qualche minuto con le braccia, o con corde e sciarpe, da soli o attraverso l’aiuto di qualcuno. Poi l’esperienza verrebbe filmata, o fotografata, e condivisa online. Più che una sfida possiamo definirla un fenomeno emulativo che verrebbe incentivato da informazioni false. Per esempio, alcuni siti parlano di presunte proprietà benefiche di una pratica del genere quali rilassamento ed euforia. Benefici che Claudio Mencacci, direttore del dipartimento di neuroscienze del Fatebenefratelli di Milano, in un’intervista a Repubblica, ha negato in maniera categorica: “Non è assolutamente vero — ha detto —. Il soffocamento porta a sensazioni di panico e a una perdita di conoscenza che può causare dei profondi danni neurologici”. 
 

Impossibile, però, dire quanto la Blackout challenge sia effettivamente realtà e anche il fattore novità non esiste. Basta fare una rapida ricerca su Google per capirlo. “Giochi simili sono praticati da generazioni”, scrive il Washington Post in un articolo del lontano 2007 che parlava di un “blackout game”. Si tratta, quindi, di fenomeni virali che riacquistano periodicamente popolarità, come conferma Nunzia Ciardi, direttrice della Polizia postale e delle comunicazioni: “Questi fenomeni sono un problema che si ripete, di cui siamo al corrente, e che affrontiamo nei nostri corsi di formazione nelle scuole, sia con i ragazzi che con i genitori — spiega Ciardi —. Su YouTube si trovano video molto ambigui, dove ad esempio viene fatta una top ten dei giochi più assurdi online, dall’ingestione delle capsule di detersivo al soffocamento auto-indotto. Video che fanno leva sul senso di invincibilità e di trasgressione del limite degli adolescenti. I ragazzi potrebbero cascarci perché sollecitati emotivamente in maniera scorretta. Per cui è bene fare informazione corretta”.

Il precedente: Blue Whale e i suicidi legati alla Rete

La storia della Blackout challenge ricorda da vicino quella della Blue Whale, la presunta sfida social che ha generato una psicosi collettiva nella primavera del 2017. La dinamica prevedeva che i ragazzi dovevano affrontare cinquanta prove estreme in cinquanta giorni, fino al suicidio. Decine furono le segnalazioni di casi sospetti arrivati alla Polizia postale, e altrettanti i messaggi di allerta inviati su WhatsApp, anche da parte di genitori preoccupati. Eppure la storia aveva molti punti non verificati, e altri impossibili da verificare. Anche in quel caso ad accendere i riflettori sulla vicenda fu un servizio di Marco Viviani de Le Iene che, tuttavia, presentava diverse scorrettezze.
 

In particolare, in apertura del servizio vengono mostrati dei video di giovani nel momento in cui decidono di togliersi la vita. I filmati sono associati in maniera del tutto scorretta alla Blue Whale, con cui non hanno nulla a che fare. Lo stesso Marco Viviani ha poi ammesso di non aver fatto tutte le verifiche necessarie sui video mandati in onda. Dei punti pochi chiari dell’intera vicenda Repubblica ne ha parlato due anni fa: al momento l’esistenza di un “gioco” strutturato di nome Blue Whale, dietro cui si nasconderebbe una mente criminale, non è verificata. Questo non toglie che online ci siano gruppi che istigano all’autolesionismo e al suicidio, nati anche per via del clamore mediatico, per cui è utile prestare attenzione.

Parlarne o non parlarne: il rischio emulazione

Uno degli argomenti più discussi sui social network durante e dopo la messa in onda del servizio de Le Iene è: è meglio parlarne o non parlarne? Commentando su Twitter la puntata, un utente che usa come nickname ‘Arsenico’ coglie il punto: “La prevenzione è sempre una cosa buona”, scrive, “a volte però si rischia di fare il contrario, così da far conoscere ai ragazzi qualcosa che ignoravano e che poi li incuriosisce. Si chiama effetto Werther”. Quello conosciuto come effetto Werther è il fenomeno per cui la notizia di un suicidio pubblicata sui media determina una serie di gesti emulativi. Il nome è stato coniato nel 1974 dal sociologo David Phillips e si rifà al romanzo di Johann Wolfgang Goethe I dolori del giovane Werther, in cui il protagonista si toglie la vita dopo una delusione d’amore. Dopo la sua pubblicazione nel 1774, infatti, si verificarono diversi episodi di suicidio. 

 

L’approfondimento quotidiano lo trovi su Rep: editoriali, analisi, interviste e reportage.
La selezione dei migliori articoli di Repubblica da leggere e ascoltare.

Rep Saperne di più è una tua scelta

Sostieni il giornalismo!
Abbonati a Repubblica



Source link