UTILI, inutili, abusati, fuori contesto, finiti nel vortice degli equilibri di marketing, insensati eppure efficaci, perfetti per le situazioni di crisi (basti pensare al trend “PrayFor” che si innesca da anni in occasione di tutte le tragedie ambientali o terroristiche), strumentali e violenti o ironici e beffardi. Oltre che soggiogati all’attualità politica, che ne fa spesso il proprio grimaldello per scompaginare l’agenda quotidiana delle notizie e tentare di piegare il dibattito a vantaggio dell’una o dell’altra parte. Gli hashtag compiono 12 anni e, seppure tracimati su praticamente tutte le piattaforme social e nella comunicazione tradizionale nel suo complesso – arrivarono su Facebook nel giugno del 2013 per non parlare di Instagram o delle campagne pubblicitarie che ne fanno uso – rimangono creatura specifica di Twitter. Dove servono non solo a evitare che un post naufraghi nel mare dell’anonimato ma anche a dargli un senso lievemente differente, a segnare un’appartenenza o – come la macchina dell’odio ha spesso testimoniato – a scatenare un’offensiva su temi o fatti che spesso subiscono una manipolazione mediatica proprio a causa dell’etichetta a cui sono associati.
 
Sono trascorsi dodici anni da quel #barcamp, il primo hashtag a essere usato nella storia del social network. A sfornarlo fu Chris Messina, paladino dell’open source e degli standard aperti e più avanti manager di Uber, che il 23 agosto 2007 propose l’ormai onnipresente cancelletto per raccogliere sotto un’unica etichetta navigabile tutti i post legati a un unico tema. “How do you feel about using # (pound) for groups. As in #barcamp [msg]?”, scrisse alle 8.25 di sera. La macchina era partita, e Messina avrebbe spiegato sul suo blog, due giorni dopo, la proposta. Anche se fu necessario un evento drammatico, gli incendi californiani di quell’anno e il relativo hashtag #sandiegofire, per dare prova dell’efficacia di quel sistema specialmente in certi contesti. Secondo le prime reazioni della piattaforma, infatti, il cancelletto che ne avrebbe fatto la fortuna era “roba da nerd”. Questo, almeno, spiegò all’epoca lo stesso inventore al Wall Street Journal.
 


Buon compleanno hashtag: 12 anni di cancelletti su Twitter

Al contrario di quanto pensava all’epoca parte del management, gli hashtag sarebbero infatti diventati negli anni non solo tutto quel che è stato detto ma avrebbero dato a Twitter il titolo di social che racconta “ciò che sta accadendo nel mondo”. Basta infatti uno sguardo ai trending topic del momento (non sempre solo hashtag ma comunque indicativi) per cogliere in un attimo, o spesso finire con l’interrogarsi sul significato e dunque approfondire, i temi e gli avvenimento di giornata o del momento. Senza dimenticare il tema delle passioni e degli interessi, dalla musica alla televisione allo sport.
 
Per celebrare il compleanno, e il contestuale Hashtag Day, Twitter ha rilasciato come sempre l’elenco degli hashtag più utilizzati nei primi sette mesi dell’anno in Italia, analizzati fino al 31 luglio scorso. La tv la fa ancora una volta da padrona, confermando il ruolo del social dell’uccellino come fedele compagno della visione televisiva o in streaming e in generale come principale canale del fenomeno del cosiddetto “second screen”. Si va dunque da #Amici18 a #TemptationIsland passando per il clamoroso successo di #GameOfThrones fino a un altro reality come il Grande Fratello (#Gf16) o #uominiedonne. Ma anche gli show della sera fra cui #CiaoDarwin e #Cepostaperte. Si vede la tv o l’evento del momento su una delle piattaforme come Netflix & co., si commenta in diretta per apprezzare, deridere, scherzare o commuoversi ma il più delle volte per fare a gara a chi la spara più divertente.
 
Fra gli altri hashtag popolari in questi primi sette mesi dell’anno quelli legati alla boyband coreana #Bts (#Jimin, il cantante Park Ji-min è uno dei componenti, o #bbmastopsocial) e ancora la musica con l’intramontabile #Sanremo2019, che è in assoluto l’hashtag più condiviso sulla piattaforma, seguito appunto da quelli legati all’universo dei Bangtan Boys che, a dispetto del boom, esistono dal 2013 e hanno all’attivo ben undici album.
 
L’altro grande fronte, forse un po’ meno potente rispetto allo scorso anno quando dominava l’elenco degli hashtag più popolari (ma sui 12 mesi e non sui primi sette), è appunto quello della politica. Ci sono gli immancabili #Salvini, #M5S, #PD, #Lega, #dimaio e #conte. Scomparsi, rispetto all’anno precedente, #Roma e #Renzi (che tuttavia, visti gli ultimi sviluppi della crisi di governo, promette di tornare a fioccare nelle bacheche degli appassionati di intrighi istituzionali). Non mancano gli hashtag legati al movimento #facciamorete, nato proprio su Twitter, o alla complicata vicenda di #Bibbiano, uno dei casi più miserevoli di manipolazione propagandistica di un fatto di cronaca e legato sostanzialmente agli ultimi due mesi interessati dalla rilevazione.
 
Ultimo gruppo è quello dello sport. Il calcio su tutti, con gli hashtag #juventus, #milan, #inter, #asroma, #juve, #seriea, #calciomercato e #sarri tra i più condivisi nei primi mesi dell’anno, ad accompagnare la seconda parte di un campionato a senso unico e gli stravolgimenti dell’estate sulle panchine della massima divisione.
 
Fuori dai più popolari, la piattaforma fondata e guidata da Jack Dorsey segnala anche una serie di hashtag significativi. Che cioè, pur meno diffusi degli altri, hanno segnato il dibattito nella prima parte dell’anno. Almeno per quel 32% degli utenti di internet che dichiarano di usare il social del passerotto (dati We Are Social) per un totale di circa 9 milioni di audience. Sono etichette divenute “slogan di battaglia”, che hanno amplificato i messaggi originari e contribuito ad accrescere l’impatto positivo di movimenti importanti anche offline. È per esempio il caso del fondamentale #FridaysForFuture che oltre a incarnare l’impegno della mobilitazione studentesca internazionale per la salvaguardia dell’ambiente lanciata dall’attivista svedese Greta Thunberg e dai suoi scioperi dalla scuola proprio di venerdì, ha generato una quantità importante di conversazioni, like e retweet. Basti pensare a quello “Yes we can”, accompagnato da una serie di hashtag, del 15 giugno: una foto della 16enne scandinava con l’ex presidente statunitense Barack Obama.
 
Centrali, e certo ben oltre il Mondiale di calcio femminile disputato in Francia, anche gli hashtag #DareToShine e #RagazzeMondiali, con cui gli italiani hanno scoperto e amato le Azzurre e accompagnato le belle prestazioni della nazionale guidata dalla ct Milena Bartolini fino ai quarti di finale persi 2-0 con l’Olanda. Ma soprattutto innescato un tipo di confronto sulla parità di genere e sul professionismo sportivo al femminile. A trascinare l’opinione pubblica su Twitter anche un altro hashtag sportivo, quel #MilanoCortina2026? legato all’attesa e poi alla notizia della vittoria del capoluogo lombardo e della località sciistica per le Olimpiadi Invernali 2026. Impossibile dimenticare il milanesissimo “taaac!” del sindaco Beppe Sala postato lo scorso 24 giugno.
 

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Carlo Verdelli
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