La donna che inventa le imprese è un’abruzzese di Sulmona, patria del poeta Ovidio e capitale del confetto. General manager del Polihub, l’Innovation District & Startup Accelerator del Politecnico di Milano, gestito dalla Fondazione dell’ateneo, Claudia Pingue, 40 anni, segno zodiacale Leone, ingegnere informatico, è una talent scout dell’innovazione.

“La nostra missione come incubatore è creare aziende innovative. Gli inventori sono loro, quelli che hanno le idee e se sono buone e concrete, si trasformano in imprese”. Nell’ultimo anno nelle 113 startup incubate al Polihub sono stati investiti 28 milioni di euro di venture capital, “abbiamo intercettato il 10 per cento degli investimenti complessivi fatti in Italia sulle startup nel 2018. Le nuove aziende hanno fatturato 31,7 milioni di euro. Il nostro incubatore è il terzo universitario migliore al mondo. In sei anni le startup supportate nei programmi di PoliHub hanno raccolto in totale più di 113 milioni di euro. Alcune erano già alla commercializzazione, altre nella fase di ricerca e sviluppo”. Accanto agli investitori esterni è nato anche Poli360, un fondo in house di 60 milioni di euro, di cui Claudia Pingue è advisor, gestito da 360 Capital Partners, società europea di Venture Capital.

L’obiettivo per la general manager è sviluppare posti di lavoro hi tech. In un anno ne sono stati creati più di 650. “Qualificati, non delocalizzabili, non aggredibili dall’automazione, sono in un certo senso le professioni del futuro”. Il Polihub si occupa di far finanziare anche l’innovazione di processi industriali. “Il mio mestiere è selezionare gli imprenditori, valutare la tecnologia innovativa, dargli un supporto nello sviluppo del prodotto, un modello di business, individuare le risorse, mettendo in primo piano il capitale umano. I loro progetti hanno molto spesso una qualità elevata”.

Valorizzare la ricerca e trasformarla in imprenditorialità: questa è la partita. Gli inventori per il 60 per cento arrivano dal mondo accademico, professori, ricercatori e studenti, con un’età media di 35 anni. “Ma siamo aperti anche all’esterno, purché ci sia il potenziale. È proprio quel nuovo tipo di impresa che fa leva sui mercati globali per creare un nuovo business. Mi fa ridere che hi tech e globalizzazione siano demonizzate. Se le startup esistono è proprio grazie alla tecnologia e all’internazionalizzazione”.

Tra le imprese nate da Polihub c’è Green rail che ha ideato una traversina ferroviaria realizzata ricoprendola di plastica riciclata proveniente da pneumatici e bottiglie di pet; Phononic Vibes, con Luca, ingegnere civile, che ha sviluppato un nuovo materiale in grado di abbattere rumore e vibrazioni e con Franke Faber, azienda svizzera di cucine, ha realizzato la prima cappa insonorizzata; poi ci sono Francesca e Alice, due designer di prodotto, che hanno brevettato Filipari, un nuovo processo industriale in grado di trasformare le polveri di marmo in un tessuto ignifugo ad alta resistenza.

Pochissime purtroppo le donne. “Solo il 13 per cento delle startup italiane porta firme femminili, cito un dato fermo da tre anni, tuttavia non è solo un problema italiano, a livello mondo siamo appena al 17 per cento. Se si guarda alla dimensione del valore prodotto, c’è nelle startup al femminile una capacità maggiore di interpretare i bisogni di mercato, con migliori risultati di business, perché le donne fanno imprenditorialità non per necessità ma colgono le occasioni. L’uomo invece lo fa anche perché deve dimostrare di essere qualcuno. È dimostrato che la diversità culturale e disciplinare aumenta la potenzialità e la qualità dell’hi tech e le dà più successo sul mercato. Le aziende in cui operano le donne presentano spesso aspetti più positivi”.

Quando Claudia Pingue era una liceale di Sulmona il lavoro che sta facendo oggi non esisteva. “Non ho mai avuto in testa un ruolo specifico professionale, la sola cosa certa era l’attrazione per i ragionamenti logico matematici che mi davano stabilità e sicurezza. Avevo questa attitudine, ero la migliore dell’istituto, in matematica e fisica trovavo delle soluzioni ed ero serena”.

L’adolescenza è un momento di trasformazione, una metamorfosi non sempre di facile governo. Dopo il liceo è nato Internet, la rete. “Nel 1998 mi sono iscritta all’università. Mettendo in fila i birilli, ho scelto Ingegneria delle telecomunicazioni, al Politecnico di Milano, una specializzazione di elettronica appena nata, perché mi sembrava coerente con l’euforia che stava montando intorno alla rivoluzione che Internet avrebbe portato nel mondo del lavoro. Ho lasciato l’Abruzzo, per me le distanze erano sensibili, allora non c’era l’alta velocità, nemmeno i cellulari, mi allontanai dalla vita che avevo fino ad allora condotto; ero convinta e abbastanza motivata, imboccare un percorso sfidante mi dava l’energia giusta”.

Il distacco riguarda anche il basket, la sua passione sportiva, praticato dai 12 ai 28 anni a livello agonistico, con un impegno globale: tre allenamenti settimanali di tattica, uno di potenziamento fisico e la partita nel week end. “Fu un professore all’inizio a incoraggiarmi. Arrivai in serie B, nel girone del Centro Sud, abbiamo girato tanto, poi con il trasferimento a Milano ho accettato di scendere di una categoria per conciliare con lo studio”.

A 28 anni, poi, un piccolo incidente, una doppia ernia cervicale. “Ho preferito non operarla e guarire in un tempo più lungo, al termine del quale non ho più voluto tornare a giocare perché non me la sentivo di affrontare sfide agonistiche. Lo sport mi ha formata, e ancora di più la mia famiglia a cui sono legatissima: siamo tre figli, una sorella più grande medico a Pavia, e un fratello più piccolo che dopo gli studi alla Bocconi è tornato in Abruzzo a gestire la società di real estate con mio padre”.

L’università è per Claudia Pingue un periodo molto intenso, ritmato dalle scadenze degli esami, che la fa sentire quasi subito adulta e responsabilizzata. “Era un costo per i miei genitori e ho cercato di studiare e di valorizzarlo. In un ambiente per niente facile, quattro donne su 100 nel mio corso. I compagni, molto goliardici, non risparmiavano battute e apprezzamenti, arrivare in classe, che era a forma di anfiteatro, in ritardo anche solo di un minuto, o uscire un attimo prima degli altri voleva dire scatenare cori di fischi che mi lasciavano basita. Ero una ragazza semplice, non mi piaceva stare al centro dell’attenzione. Poi ho acquisito gli strumenti e le possibilità di stringere amicizie che mi hanno fatto sentire integrata; è stato un periodo di forte conoscenza e di grande sfida, gli esami erano molto impegnativi, sono una delle due della mia classe laureata con il massimo dei voti e in tempo. La proclamazione è stato un momento bellissimo”.
L’attitudine a essere leader l’ha sempre accompagnata. A casa era chiamata la comandante, “avevo il piacere di capire le situazioni, di essere di supporto, di prendere decisioni”. Si è esercitata fin da piccina. A cinque anni, calzando i tacchi della mamma, schierava una serie di bambole che interrogava e, in caso di insubordinazione, sgridava con severità.
“La prima persona importante della mia vita è arrivata proprio in coincidenza della laurea. Ora ho un compagno con cui vivo, fa il direttore commerciale”. Quando tra il 1997 e il 2000 scoppia la bolla di Internet la futura manager teme che la sua competenza prettamente tecnica possa perdere il suo appeal sul mercato. Il relatore della tesi le offre di lavorare nel mondo accademico. Rientra come ricercatrice della Business school del Politecnico di Milano, per due anni si dedica alla ricerca, alla pratica e alle metodologie per portare tecnologie digitali all’interno delle grandi aziende. Per affinare le competenze gestionali chiede di accedere a un master in general management e gestione di impresa di due anni. È al termine del periodo di specializzazione che entra nei ranghi della Fondazione del Politecnico milanese, strumento creato per lavorare con le aziende e per valorizzare i contributi nazionali e europei all’innovazione.

“Mi hanno chiamato nell’area di Innovazione digitale, dedicata al trasferimento degli strumenti e delle tecnologie dell’Information & Communication Technology (Ict) sul mercato, prima come project manager e dopo due anni mi hanno promosso coordinatrice. Nel 2013 mi è stato proposto di gestire l’incubatore di startup creative e ad alta tecnologia. Lavoro con Stefano Mainetti che è l’amministratore delegato. È un ambito in cui mi piacerebbe continuare ad operare e a crescere. Ho incontrato molti mentori nella mia formazione professionale, diversi in momenti diversi, soprattutto negli snodi, che mi hanno aiutato a capire quale fosse la direzione da prendere. Capire il valore delle persone che ti stanno a fianco e prenderne il meglio è importante. Aiutare gli imprenditori a fare azienda è una prospettiva gratificante e a forte impatto sociale. Significa dare una spinta all’economia del nostro paese. Realizzare nuove modalità di fare impresa, è la partita che mi interessa giocare, con quale maglietta e con quale ruolo in futuro vedremo”.

Al Festival dell’Energia, in programma alla Triennale di Milano il 13,14 e 15 giugno, con il titolo ‘Onlife Energy: abitare, muoversi, lavorare’, Claudia Pingue coordinerà il ‘Working Group’ su ‘Dall’idea all’impresa. Come funziona e quali risultati raggiunge una piattaforma di scouting e accelerazione di talenti e idee nell’ambito Energy’.
A dicembre è volata a Berkeley per aggiornarsi su tematiche di finanza; a giugno andrà in Cina per conoscere uno dei più grandi incubatori al mondo e fondi di investimento cinesi. “La sfida è aumentare l’attrazione di capitali esteri e richiede relazioni internazionali. Il made in Italy è una carta vincente e bisogna imparare a valorizzarlo”.
Ha appena riletto uno dei suoi libri scientifici preferiti, ‘La nuova geografia del lavoro’ di Enrico Moretti, economista italiano che insegna a Berkley. “Sta studiano l’economia del futuro. Molto interessante per capire il ruolo dell’innovazione e dare un po’ di rassicurazioni sul mondo del lavoro che vive una fase molto critica”.

Se il basket è un amore lontano, adesso corre, “almeno tre volte alla settimana, alle sei di mattina, un toccasana per la mente. Nei momenti di grande stress, durante quei 40 minuti è sempre accaduto che vedo tutto più chiaro. È diventato un rito che mi regala un po’ di silenzio. Mi concedo un po’ di buon cibo e buon vino che condivido col mio compagno. Amo passare del tempo con le persone di famiglia, i miei affetti più cari. Cose da fare ne ho tante, un figlio è nei miei pensieri, il momento giusto è ora che ho 40 anni”.
 
 
 
 



http://www.repubblica.it/rss/economia/rss2.0.xml