LONDRA – Gli inglesi in partenza per le vacanze in Europa hanno trovato ad attenderli una brutta notizia negli aeroporti della capitale: i cambiavalute di Heathrow e Gatwick offrono soltanto 85 centesimi di euro per una sterlina. Qualcuno arriva a 90 centesimi, ma poi si rifà con le commissioni sul cambio. In sostanza, per “comprare” 100 euro, negli aeroporti di Londra servono intorno a 117 sterline.
 
Per i sudditi di Sua Maestà diretti in Spagna, Grecia, Italia, le mete più frequentate, è uno shock. Molti di loro appartengono al ceto medio-basso che fa una settimana di ferie in agosto per andare al caldo, al mare, sulle spiagge del Mediterraneo. Lo stesso ceto che ha votato in massa per la Brexit nel referendum del 2016, lasciandosi manipolare dalla propaganda di Boris Johnson e Nigel Farage secondo cui la causa del disagio popolare era l’Unione Europea, non la politica dell’austerità imboccata dal governo conservatore dopo la grande crisi finanziaria del 2008.
 
Ebbene, dal referendum di tre anni or sono ad oggi, le vacanze a basso costo del turista inglese in Europa costano il 15 per cento in più: di tanto è sceso dal 2016 a oggi il valore della sterlina. Nel mese di luglio che termina oggi, il “pound” britannico ha registrato mediamente il tasso di cambio peggiore nei confronti dell’euro rispetto a tutti i mesi di luglio degli ultimi vent’anni, cioè dall’introduzione della moneta europea in poi. Il cambio ufficiale interbancario ha raggiunto quota 1.07 euro per 1 sterlina (mentre il dollaro viene cambiato alla pari), ma i cambiavalute nelle strade e in particolare negli aeroporti praticano sempre un cambio più basso: così si è arrivati a 85 centesimi di euro per 1 sterline a Heathrow, come riporta il quotidiano Evening Standard.
 
All’indomani del risultato del referendum, quando la sterlina subì un primo crollo, i brexitiani sostenevano che avrebbe fatto bene all’economia, facilitando le esportazioni. Tre anni più tardi, osserva il Financial Times, si è visto che l’aumento delle esportazioni è durato poco e che i prezzi più alti delle importazioni spingono al declino i salari. Il Regno Unito, che aveva l’economia più forte d’Europa, ha oggi la più debole alla pari, più o meno, con l’Italia. L’industria automobilistica, che ha già sofferto una pesante flessione e la chiusura di vari stabilimenti, ammonisce che la Brexit, specialmente con il “no deal” (senza accordi con Bruxelles) ora minacciato da Boris Johnson, rappresenta “un pericolo mortale” per il proprio settore. Ma Downing Street continua a fare finta di niente.
 
Il calo della sterlina è dunque solo la punta dell’iceberg che rischia di affondare l’intera nave britannica. Ma è un campanello d’allarme molto potente perché colpisce proprio una parte di coloro che hanno votato per la Brexit: i lavoratori inglesi, per i quali di colpo la settimana di ferie nel Mediterraneo non è più “low cost”. Come hanno scoperto amaramente cambiando le proprie sterline all’aeroporto. Basterà a fare cambiare idea a tutto il paese o la rivolta generale scoppierà solo quando sarà troppo tardi?

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