ROMA – Non c’è ancora l’accordo sulle norme che dovrebbero finalmente garantire gli indennizzi ai risparmiatori truffati delle due banche venete e delle quattro banche del Centro Italia. Lo conferma stamane a San Patrignano il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, pur dichiarandosi fiducioso che si arriverà a una soluzione questo pomeriggio, nel Consiglio dei Ministri, che è stato fissato per le 16: “Sulle banche, l’ho già dichiarato, stiamo lavorando alacremente. C’è una forte unità d’intenti da parte del governo nel procedere rapidamente e assicurare liquidazioni a tutti i risparmiatori dei risarcimenti dei danni quanto prima possibile. È un problema tecnico. Oggi ci troviamo nel Cdm, confidiamo di poter risolvere anche questo”.

Il nodo principale: la posizione di Tria e le promesse di Conte. L’unità di intenti dichiarata da Conte si ferma alla volontà di sbloccare il miliardo e mezzo di euro messi a disposizione del Fir, il fondo per gli indennizzi ai risparmiatori costituito con la legge di Bilancio 2019. E’ sul come che il ministro dell’Economia Giovanni Tria, la Lega e il Movimento Cinque Stelle si dividono. Tria vuole una soluzione in linea con le norme sul bail in (la condivisione delle perdite da parte di azionisti e obbligazionisti subordinati) e le indicazioni del commissario alla Concorrenza Margrethe Vestager. Il Movimento Cinque Stelle ha promesso rimborsi il più possibile generalizzati, e teme lo scontro con le associazioni dei risparmiatori se l’onere della prova dovesse diventare eccessivamente gravoso. La Lega vuole superare la questione al più presto possibile, e propende per un doppio binario (risarcimenti automatici solo per una parte dei risparmiatori, per gli altri arbitrato rigoroso), ipotesi rigettata invece dal M5S.

I punti fermi di Tria e le obiezioni del resto del governo. A questo punto perciò l’esigenza di Tria è duplice: non solo non violare le norme Ue, ma anche mettere al riparo se stesso e i funzionari del proprio ministero nel caso in cui i decreti risultassero comunque non conformi al quadro europeo. Il che si traduce nella richiesta di una “norma primaria” che modifichi la legge di Bilancio. Di una legge, cioè: il decreto attuativo non potrebbe che prevedere norme in linea con la legge di Bilancio, che tende ai risarcimenti indiscriminati, e scarica la responsabilità sul Mef. Per introdurre dei correttivi occorre una norma di uguale valore, cioè una legge. Ecco perché si era ipotizzato di introdurre questa norma nel decreto crescita: sarebbe stato l’art.35. Ma l’art.35 negli ultimi giorni è scomparso. Le ragioni sono molteplici: da un lato manca ancora l’accordo sulle modalità di rimborso. Dall’altro, soprattutto, modificare la legge di Bilancio significa ammettere implicitamente che le norme approvate a dicembre sono illegittime. E dare a Tria lo “scudo” che chiede per il Mef, cioè attribuire in modo chiaro ed esclusivo la responsabilità del versamento degli indennizzi alla Consap, evitando così che i funzionari possano essere accusati di danno erariale, è ancora peggio: significa ammettere implicitamente di aver varato una legge illecita, e dover ricorrere ad artifizi giuridici per fare in modo che nessuno debba risponderne davanti alla Corte dei Conti. Ecco perché nelle ultime ore si è anche ipotizzato che i decreti attuativi potrebbero essere emessi dalla presidenza del Consiglio anziché dal Mef: Conte così subentrerebbe a un Tria sempre più riluttante (e che pure ha consegnato ben due versioni di decreto a Palazzo Chigi già da alcuni giorni).

Il doppio binario. Per evitare gli indennizzi a pioggia, generalizzati e previsti per tutti, le soluzioni possibili sono due: un arbitro indipendente che esamini i ricorsi caso per caso oppure un doppio binario, che preveda automatismi solo per alcune categorie di risparmiatori, individuati con criteri certi che stabiliscano in maniera inequivocabile che si tratta di “casi sociali”. Per tutti gli altri si riproporrebbe l’arbitrato. L’ipotesi dell’arbitrato per tutti scontenta tutte le associazioni dei risparmiatori: molti di loro erano azionisti o obbligazionisti da lunghissimo tempo, anche da vent’anni, e pur avendo perso tutti i risparmi a causa della cattiva gestione delle banche non sono in grado di dimostrarlo se non in pochi casi. La Mifid (la direttiva che regola il settore finanziario ndr) esiste da pochi anni, prima non c’era la possibilità di dimostrare che la banca avesse venduto azioni a chi credeva di comprare titoli con un bassissimo o inesistente profilo di rischio. I risparmiatori chiedono, a seconda dell’associazione, l’inversione dell’onere della prova, una procedura estremamente semplificata, una procedura automatica. Rimborsi generalizzati, dunque. Ecco perché con la Ue Tria aveva individuato un doppio binario: automatismi solo per chi avesse un’Isee non superiore a 35.000 euro e un patrimonio immobiliare non superiore a 100.000 euro. Un criterio che non include molti. Allora da parte leghista è arrivato un suggerimento alternativo: rimborsi automatici per perdite fino a 100.000 euro. Doppio binario, sì, ma che rischia di essere troppo ampio.

Il binario unico. Al Movimento Cinque Stelle i doppi binari comunque non piacciono. Ieri il sottosegretario all’Economia Alessio Villarosa (M5S) lo ha dichiarato a chiare lettere:  “Non ha senso suddividere la clientela retail in base ad un determinato reddito o patrimonio. La Mifid parla solo di clienti professionali e di operatori qualificati. Non di chi ha un reddito sopra i 35.000 euro. Come dovremmo considerare un pensionato di 90 anni con una casa e una pensione da 36.000 euro l’anno?”. I Cinque Stelle chiedono pertanto una unica corsia, e una applicazione generalizzata delle norme in legge di Bilancio. Ma non chiudono all’ipotesi di modifica delle norme in legge di Bilancio attraverso una “norma primaria” (che potrebbe essere inserita all’ultimo momento nel decreto crescita, oppure, più probabilmente, in un decreto legge ad hoc. Improbabile il disegno di legge, i tempi a questo punto diventerebbero eterni). “Ci saranno delle norme che ci permetteranno di erogare gli indennizzi – ha anticipato ieri Villarosa – Avevamo preventivato di dare alla Consap il ruolo di ente erogatore. E ora lo espliciteremo. Ci sarà poi forse una parola in più nei requisiti della commissione tecnica. La parola è ‘indipendenza’ ed è un termine che da sempre fa parte delle nostre battaglie”. Un passo nella direzione di Tria, dunque. E più d’uno verso i risparmiatori.

La violazione massiva. Infatti a questo punto per garantire rimborsi il più generalizzati possibili, si fa perno sulla “violazione massiva” di cui parla la legge di Bilancio: si darebbe cioè per scontato che la violazione dei diritti dei risparmiatori ci sia stata, basandosi solo sulla titolarità dei titoli nel periodo di tempo considerato, a causa del comportamento scorretto da parte degli amministratori delle sei banche considerate. Comportamento scorretto peraltro emerso ampiamente in seguito al lavoro della Commissione d’inchiesta sulle banche presieduta da Pier Ferdinando Casini e accertato da diverse sentenze. Ma un criterio di assegnazione degli indennizzi troppo a manica larga rischia fortemente di essere letto come aiuto di Stato da Bruxelles.

 



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