Il premier Giuseppe Conte ha messo il digitale e l’innovazione in una posizione rilevante nel suo discorso per la fiducia e la reazione di esperti e addetti ai lavori è stata unanime; riassumibile con un “bene, era ora; ma ora acceleriamo sul percorso”. È la sintesi, per esempio, del commento di Marco Gay, presidente di Anitec-Assinform (Confindustria), che ha parlato di “segnale importante” da parte del nuovo Governo; ma ha anche detto che “bisogna adesso accelerare sulla attuazione delle misure e degli strumenti per l’innovazione, fin dalla prossima legge di bilancio”.
 

Pa digitale

Proprio di qualche giorno fa il rapporto elaborato dal think tank The European House Ambrosetti secondo cui l’Italia, nella capacità di attrarre investimenti esteri, sconta un ritardo soprattutto sul digitale. Grave in particolare lo sviluppo di una PA davvero digitale (nonostante i passi avanti fatti nell’ultimo anno soprattutto su PagoPA), cosa che tra l’altro appesantisce molto le attività delle aziende che vi devono interagire. Ambrosetti stima che una PA efficiente come quella degli altri grandi Paesi europei equivarrebbe a 146 miliardi di Pil in più in cinque anni. La gestione dei rapporti con la PA costa 57,2 miliardi di euro l’anno alle aziende italiane; 32,6 miliardi solo per le piccole.

Allora non è forse un caso che Conte abbia citato espressamente l’obiettivo di dare a tutti gli italiani una idenale unica entro l’anno. Utopistico, dato che ci sono in giro solo 4,5 milioni di Spid (identità digitale pubblica) e mancano appena quattro mesi a fine anno. E lo sarebbe anche se Conte volesse puntare invece sulla strada alternativa di valorizzare in senso digitale la nuova Carta d’identità elettronica (Cie). “È possibile che il senso del messaggio di Conte sia una futura unificazione delle due identità (Cie e Spid”, commenta l’avvocato Eugenio Prosperetti. Ipotesi da tempo valutata da coloro che, presso la presidenza del Consiglio, si occupano della materia, considerando il ritardo di diffusione di Spid e l’inevitabilità che la Cie finisca nelle mani di tutti i cittadini (dato che la vecchia carta d’identità non viene poi fornita, salvo eccezioni).

 

Imprese e digitale

L’altro punto evidenziato da Conte riguarda l’innovazione dell’industria e delle aziende in genere.

“Dobbiamo perseguire una strategia di azione che porti l’Italia a primeggiare, a livello mondiale, in tutte le principali sfide che caratterizzano la quarta rivoluzione industriale – ha spiegato – Una efficiente e razionale politica di investimenti ci consentirà di crescere nella digitalizzazione, nella robotizzazione, nell’intelligenza artificiale”, ha detto. Il riferimento è al piano Industria 4.0, che prevede incentivi ancora per quest’anno. “Dobbiamo rafforzare gli investimenti per il fondo di venture capital e sollecitare anche gli investimenti privati nel campo della innovazione tecnologica”. Qui si riferisce al Fondo Nazionale Innovazione di cui si attende a breve il lancio effettivo e su cui nei mesi scorsi l’allora vicepremier Luigi Di Maio si era speso parecchio (salvo far seguire poi un lungo silenzio).

Ecco perché Gay cita questi due punti nel suo commento, dove chiede come priorità “il mantenimento e potenziamento del Piano Impresa 4.0, la formazione e la finanza per l’innovazione, valorizzando le aziende che investono in ricerca – con particolare attenzione alle pmi e alle startup innovative – e potenziando il modello dell’open innovation”.

Sulla stessa linea Gianni Potti, responsabile di Confindustria Servizi Innovativi e Tecnologici, che chiede ora “una strategia più chiara sugli incentivi Industria 4.0 all’interno di una più ampia strategia Paese”. La sfida è appunto centrare l’appuntamento con il digitale nella prossima legge di Bilancio.
 

Completare la governance

La condizione è chiarire ulteriormente la governance del digitale (come riflette uno dei maggiori esperti di amministrazione pubblica, Carlo Mochi Sismondi di FPA). Conte aveva già dimostrato un forte interesse per l’innovazione con la creazione prima di un dipartimento alla trasformazione digitale sotto la presidenza del Consiglio e poi di un ministero all’innovazione. Adesso l’incognita è l’interazione su questi temi con gli altri ministeri e le Regioni (oltre che le aziende) per attuare davvero l’innovazione. E una delle sfide più urgenti qui è l’utilizzo dei fondi europei e nazionali previsti per gli investimenti pubblici in digitale, dove sarà cruciale il rapporto tra i ministri competenti, Paola Pisano per l’innovazione e Giuseppe Provenzano per le politiche di coesione.

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Carlo VerdelliABBONATI A REPUBBLICA



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