MILANO – Molto si è parlato della contrattazione collettiva nazionale, in queste ultime settimane di dibattito circa l’introduzione di un salario minimo orario per via di legge e valido per tutti. Da più parti si è sentito dire che l’indicazione di un costo orario del lavoratore non possa sovrapporsi con quel che le parti sociali hanno messo nero su bianco nei contratti collettivi, che coprono una vasta maggioranza dei lavoratori italiani. 

Quanti sono questi testi? E’ un elenco lungo 885 caselle. Tanti sono, in Italia, i contratti nazionali di lavoro secondo l’ultimo rapporto del Cnel, che tiene l’archivio dei testi depositati in forza della prescrizione di legge risalente al 1986. Gli ultimi ad entrare nell’elenco sono stati i “Letturisti di acqua, gas ed energia elettrica” a braccetto con i “codisti”, coloro che fanno code per conto di altri (il cui contratto risale a dire il vero al 2014). Nel novero si trovano anche i barcaioli.

Una domanda-chiave sorge di fronte a un elenco così sterminato: quanto sono rappresentativi, questi contratti? Il panorama è rapidamente cambiato nell’ultimo decennio. Ricordano i funzionari del Cnel che, fino agli anni immediatamente antecedenti la crisi economica, i contratti erano un paio di centinaia; poi c’è stato il boom di organizzazioni datoriali e sindacali e il proliferare degli accordi. Con l’annesso problema della contrattazione-pirata, quella sottoscritta solo per sfuggire ai minimi tabellari riconosciuti dalle maggiori organizzazioni o ottenere altri vantaggi particolari.

Per provare a fare un po’ di pulizia, si può sfruttare il lavoro di raccordo dei dati che il Cnel ha realizzato con la banca dati Inps. Degli oltre 800 contratti censiti, si scopre che praticamente solo un terzo (poco meno di 300) è noto all’Inps. Ovvero, esistono solo circa trecento contratti con un codice riconosciuto dall’Istituto della previdenza, perché il datore di lavoro lo comunica quando si tratta di avviare o confermare un rapporto. Nel resto dei casi, utilizza la generica indicazione “CD” che sta per “contratto diverso”. Si può dunque ragionevolmente ritenere che i due terzi dei Ccnl non sia rappresentativo, se ignoti allo stesso Inps.

Ma non è tutto. Perché all’interno di questo gruppo di circa 300 contratti rimasti, il database del Cnel permette di stimare che ce ne sono più della metà che coprono meno di 10 mila lavoratori ciascuno. Il contratto più diffuso è quello del terziario della distribuzione e dei servizi, con quasi 2 milioni e mezzo di lavoratori. Ma sono molti i contratti con zero o poche manciate di lavoratori coperti. In alcuni casi, bisogna dire, può trattarsi di un effetto dovuto alla riorganizzazione dei codici Inps: probabile che tra qualche mese i dati si assesteranno su valori maggiori. Bisogna altresì ricordar che non necessariamente la diffusione di un contratto equivale alla sua rappresentatività e che anzi la determinazione di questi criteri è oggetto di ampio dibattito tra l’accademico, il giuridico e la pratica applicazione, con tanto di riflessione parlamentare e tra le parti social al riguardo. “La nuova banca dati congiunta di Cnel e Inps – suggeriscono dall’organismo – dà indicazioni sulla diffusione dei singoli contratti, ma non può essere l’unico indicatore per valutare la rappresentatività delle parti sindacali e datoriali firmatarie”. In molti casi, però, sorge un dubbio legittimo sulla portata “nazionale” di quei testi, alla luce delle (poche) teste che si contano sotto il loro ombrello.

Il report, aggiunge il Cnel, “è l’unico documento disponibile che fornisce un quadro esaustivo della contrattazione nazionale vigente depositata e consente di individuare i Ccnl che risultano in attesa di rinnovo, che, purtroppo, rappresentano ancora una percentuale elevata”. Degli 885 CCNL vigenti, infatti, a giugno 2019 ne risultano scaduti 504 (il 56,9%) e con scadenza successiva al 30/6/2019 i restanti 381 (il 43,1%).

L’archivio nazionale dei contratti e degli accordi collettivi di lavoro, ricorda il presidente, Tiziano Treu, “è lo strumento fondamentale per contrastare il fenomeno dei contratti pirata. Prosegue il nostro lavoro di monitoraggio, mappatura e misurazione che sarà affinato e migliorato per analizzare anche la ‘qualità’ e quindi i contenuti dei contratti”. I numeri sopra elencati mostrano che il lavoro non mancherà.



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