Schwarz Null: disavanzo zero. E’ il dogma di Berlino che impoverisce l’Europa e, a ben guardare – dice, per la prima volta, in questi giorni, con chiarezza, il Fondo monetario – anche buona parte delle classi medie e popolari tedesche. L’estate è la stagione in cui, al di sotto del clamore per lo sfascio della finanza pubblica italiana, si avverte, ogni anno, il sordo brontolio di economisti e istituzioni finanziarie verso i surplus record della Germania. E’ l’altro grande squilibrio dell’eurozona: non rischia di farla saltare per aria, da un giorno all’altro, come una crisi finanziaria innescata dal debito pubblico italiano, ma la corrode, giorno dopo giorno, bloccando una ripresa economica sostenuta e duratura.

Il tema si ripropone con più forza in queste settimane, perché l’economia europea boccheggia. Draghi ha assicurato interventi di emergenza della Bce. Ma, con i tassi d’interesse sotto zero, i margini della politica monetaria sono limitati. Tocca ai governi intervenire, con stimoli fiscali, cioè spendendo di più o tassando di meno. Musica per le orecchie di Salvini, ma il discorso non è rivolto all’Italia. Nel caso italiano, ulteriori slittamenti di un debito pubblico record possono innescare reazioni dei mercati e una crisi finaziaria. L’appello è invece rivolto ai paesi del Nord. Laurence Boone, capo economista dell’Ocse, l’organizzazione che raccoglie i paesi industrializzati, li chiama per nome: Germania e Olanda. A loro si rivolge anche Olivier Blanchard, ex capo economista del Fmi. E, quando sperava ancora di succedere a Draghi alla testa della Bce, aveva finito per ammetter il problema anche Jens Weidmann, il falco a capo della Bundesbank.

Ridurre l’enorme attivo dei conti con l’estero, rilanciando la domanda interna aiuterebbe tutti i paesi dell’eurozona, alimentandone le esportazioni verso la Germania e ammodernerebbe anche infrastrutture – strade, scuole, reti informatiche e di energia – di cui i tedeschi hanno un disperato bisogno. Ma, nel loro ultimo rapporto, appena uscito, sulla Germania, gli economisti di Washington reclamano una inversione della politica economica (meno export, più investimenti interni) per una emergenza, non solo economica, ma anche sociale: l’attuale modello di sviluppo sta rapidamente allargando le ineguaglianze. Il lungo boom non sta favorendo i tedeschi: sta ingrassando i tedeschi ricchi.

Dal 2000, nonostante un sviluppo tumultuoso del Pil, il reddito disponibile delle famiglie tedesche è aumentato solo del 10 per cento, perché salari e interessi in banca, in realtà, sono andati indietro. Ma la metà più povera non ha visto quasi nulla di quel 10 per cento. Ha guadagnato la metà più ricca. Più specificamente, il reddito disponibile del 10 per cento più ricco è cresciuto del 30 per cento. Il risultato è che questo stesso 10 per cento tiene, ormai, in tasca il 60 per cento della ricchezza (non del reddito) nazionale. In Italia, ci fermiamo al 43 per cento. Cosa c’entra questo con l’attivo record dei conti con l’estero? Il punto è che, diversamente da altri paesi, quasi metà di questa ricchezza dei ricchi, prima ancora che in yacht e in ville, è rappresentata da aziende. Il surplus commerciale si traduce in profitti, che rimangono nelle tasche di pochi ricchi, perché la proprietà delle aziende è molto concentrata. Siccome i ricchi risparmiano molto, il reddito disponibile totale ristagna e gli investimenti non decollano.

Gli squilibri sociali si stanno allargando rapidamente, nota il Fmi, cancellando l’immagine di un paese agiato e sereno che siamo abituati ad associare alla Germania. Se si mettono in fila tutti i tedeschi secondo la loro ricchezza, metà della fila (la ricchezza mediana) corrisponde a soli 61 mila euro, meno dei polacchi e molto meno dei 150 mila euro italiani. I soldi si concentrano in cima alla fila: l’1 per cento più ricco dei tedeschi possiede il 24 per cento della ricchezza totale (il doppio di quanto avviene in Italia). Gli esperti di politica possono chiedersi quanto di questi dati ci sia dietro l’implosione dei socialdemocratici della Spd e l’avanzata della destra dell’AfD.



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