MILANO – Una curva tutt’altro che sexy ha calamitato l’attenzione degli addetti ai lavori nelle sale operative, nelle ultime settimane. Si è palesata per la prima volta sugli schermi dei trader lo scorso 22 marzo, poi a cavallo di maggio e giugno ha accentuato la sua tendenza. Parliamo della cosiddetta “inversione della curva” dei rendimenti dei titoli di Stato americani. Quelli a breve termine (tre mesi) rendono più di quanto non lo facciano quelli a lunga scadenza (dieci anni).

Cosa è successo sui mercati? Luca Cazzulani, che per Unicredit è senior strategist specializzato sul comparto del reddito fisso, inquadra il fenomeno partendo dalla situazione ‘normale’. “Pur essendoci diverse tipologie di investitori, con esigenze e propensioni al rischio variegate, la logica di fondo prevede che la compensazione degli investimenti sia maggiore quanto più sono lunghe le scadenze del debito che si sottoscrive”. Maggiore è la durata del prestito, più alta è l’esposizione di quel debito alla volatilità dei prezzi e quindi chi sottoscrive l’emissione chiede un rendimento maggiore. Ecco perché di solito la curva dei rendimenti visualizzata sugli schermi è “crescente”. Come mai, allora, la fredda logica degli operatori si è rotta? “Si è creato un consenso di mercato: la maggioranza degli investitori inizia a considerare che i rendimenti a lungo possano scendere ancora. E’ quindi disposta a tenere in portafoglio un decennale a un rendimento iniziale inferiore a quello di un T-Bill, puntando sul guadagno in conto capitale”. Scommette, cioè, che i prezzi – che si muovono in senso opposto ai rendimenti – dei titoli a lunga scadenza saliranno e da lì potrà arrivare un guadagno.

La curva dei rendimenti Usa. Fonte: Bloomberg

La curva dei rendimenti Usa. Fonte: Bloomberg

Proprio in questo atteggiamento si annida il fattore che “preoccupa” gli osservatori interessati più all’economia reale che alle alchimie della finanza. Quando il mercato crede che i rendimenti a lungo termine scenderanno, è sintomo di un rallentamento dell’attività economica in vista. Da Unicredit si spingono a calcolare che nel giro di 12-18 mesi la prima economia del mondo si trovi alle prese con una recessione. La storia lo certifica: l’inversione si era palesata l’ultima volta nel 2007, alle porte della Grande recessione. E prima ancora aveva svelato il suo carattere predittivo.

La Fed lo sa bene, e dalla Banca centrale Usa assicurano di “monitorare” la curva, pur senza vedere in essa uno spauracchio così angosciante. Non tutti sono infatti d’accordo sulla lettura di questo fenomeno, anche perché il segnale più forte si riscontra quando l’inversione riguarda i titoli a 2 e 10 anni. E per il momento ciò non è ancora accaduto.

Bande grigie: recessioni secondo il governo Usa; linea rossa: Probabilità di recessione in 12 mesi (scala dx); linea grigia: spread tra i rendimenti dei titoli governativi Usa a 3 mesi e 10 anni (scala sin). Fonte: Unicredit

Bande grigie: recessioni secondo il governo Usa; linea rossa: Probabilità di recessione in 12 mesi (scala dx); linea grigia: spread tra i rendimenti dei titoli governativi Usa a 3 mesi e 10 anni (scala sin). Fonte: Unicredit

Certo, lo scenario globale è sempre più puntellato di rischi che pesano “al ribasso”, per dirla col linguaggio dei governatori, sulle prospettive future. Christine Lagarde, la direttrice del Fondo monetario internazionale, prima del G20 del Giappone ha quantificato in 455 miliardi di dollari (più dell’economia del Sud Africa) il costo sul Pil dei dazi già scattati. E le recenti sparate dell’amministrazione Trump verso contro il Messico avevano riportato in alto il timore di una ulteriore spirale, prima che venisse annunciato il baratto con l’impegno messicano sulle migrazioni. Non mancano gli osservatori che leggono nei tweet garibaldini del tycoon sul fronte commerciale un nuovo modo di metter pressione alla Federal Reserve, perché torni a sostenere l’economia facendosi carico di parare i contraccolpi dalla guerra delle dogane.

Gli ultimi dati sul mercato del lavoro, deludenti, hanno amplificato la pressione perché la Fed torni a tagliare il costo del denaro. I mercati obbligazionari fanno da sponda al presidente: “Chiamano ad alta voce in soccorso le Banche centrali per agire da pompieri e prevenire gli incendi” che potrebbero divampare sui listini, scrivevano in una recente nota ad Amundi. Non a caso, il percorso di risalita dei tassi Fed, con l’economia che a luglio taglierà il traguardo della sua più lunga fase di espansione, per gli investitori è già indirizzato a conclusione: gli operatori ormai scommettono su uno o più tagli del costo del denaro quest’anno, con le prime mosse che potrebbero già arrivare nel cuore dell’estate.

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