‘Camionisti in trattoria’ e ‘Malattie imbarazzanti’, ma anche ‘Fratelli di Crozza’ e Roberto Saviano con ‘Kings of crime’. Ce n’è per tutti i gusti nei palinsesti di Discovery, intrattenimento e inchieste su temi di attualità, cultura, talent e food. Chi decide tutto sui programmi e sui loro contenuti, lancio e marketing del portfolio di 12 canali, eccetto Eurosport, per la parte italiana del gruppo televisivo statunitense, è Laura Carafoli, chief content officer, che a sua volta risponde all’amministratore delegato, Alessandro Araimo.

Dal suo approdo nel 2009 a Discovery, terzo editore per share dopo Rai e Mediaset, con il 7 per cento nelle 24 ore, Carafoli ha lavorato come direttrice dei programmi, partecipando al lancio di Real Time sul digitale terrestre e a quello di Dmax, che segue il campionato nazionale di rugby. Nel giugno del 2012 è diventata vice president content and programming. È una fan del cosiddetto factual entertainment, dove i protagonisti sono gli eventi e le persone reali, e ha un debole per ‘Amici’ di Maria De Filippi.

Intraprendente e schiva al tempo stesso, la manager taglierà il traguardo dei 40 anni a maggio, “tendo a nascondere l’età, e meno male che il compleanno capita di sabato, così non mi faranno la torta in ufficio”. Laura Carafoli viene da Novara, dove è stata a scuola e ha preso il diploma al liceo scientifico. A 19 anni per ‘due lire’ accetta di fare l’edicola dell’alba per Video Novara, un’emittente privata del circuito Odeon tv, che aveva la sede vicino casa sua. “Non volevo fare la giornalista, mi affascinava la televisione perché era una finestra sul mondo e per cominciare a prendere il largo dalla vita di provincia: ero più che altro interessata a capire la costruzione dei palinsesti”. E anche alla filosofia, quella sì una passione fin da ragazzina, facoltà che sceglie alla Statale di Milano. Segue gli studi di Jean Baudrillard, filosofo e sociologo francese, sulla televisione internazionale.

“La fortuna volle che iniziai con dei colleghi dell’università a scrivere alcuni articoli sulla rivista Smemoranda – Dire Fare Baciare”. Tra i collaboratori c’era Carlo Freccero che firmava editoriali centrati sul mondo dei media. Nel 1996 propose a lei e ad altri ragazzi di entrare in Rai, a Milano, per lavorare con un contratto da programmista regista a una trasmissione itinerante, ‘Supergiovani’. “Che colpo. Purtroppo, però, noi andavamo in onda il sabato pomeriggio in competizione con ‘Amici’ prima maniera. Non ebbe successo. Tuttavia dopo mi chiamarono alla Rai a Roma”. Era convinta di migrare nella Capitale per un contratto a termine di breve durata, invece è rimasta per sette anni nella tv di Stato. “Un bellissimo lavoro, su più canali, con Paolo Giaccio, giornalista, autore e produttore televisivo: una tv culturale, ma la mia fissa erano i palinsesti, e poi ero sempre precaria”.

Gli anni romani sono stati tosti, sette anni di contratti a tempo definito, “lavoravo tantissimo, molto più del dovuto, per dimostrare di valere, quasi ti facessero un favore a farti stare lì; pensavo di non essere abbastanza capace. E questo mi è rimasto dentro, la precarietà mi ha molto destabilizzato. Per fortuna la mia famiglia c’era”. E anche Paolo, un architetto compagno ai tempi del liceo, che nel 2005 sarebbe diventato suo marito.

La ragazza di provincia aveva in sé, comunque, una forza propulsiva insospettata. “Ho avuto anche fortuna; lo dico sempre alle ragazze e ai giovani che incontro: dovete tenere le antenne ben alzate”. L’occasione buona capita nel 2003, quando arriva in Italia oltre a Sky, il gruppo Fox. Apre uffici sulla via Salaria, cerca persone per lanciare i canali. “Era un’azienda alternativa, mi piaceva per questo, per la prima volta mandai un curriculum, feci un colloquio ed ebbi subito un contratto da manager e venni assunta a tempo indeterminato a Fox life e a Fox crime, i canali di punta. Il capo era Fabrizio Salini”.

Un mondo completamente diverso, in cui si investiva sui giovani. “Fui inviata a Los Angeles per conoscere il mercato televisivo internazionale e per comprare prodotti editoriali; imparai un mestiere creativo, grazie a capi illuminati. Per quasi quattro anni andò benissimo”. Ma la sua esigenza primaria era diventata quella di avvicinarsi alla famiglia. E di nuovo entra in gioco la fortuna. “Proprio allora, in una fase per me cruciale, Discovery mi chiese di venire a Milano”.
Nel 2008 l’azienda americana benché piccola, aveva una distribuzione internazionale, apriva sedi in tutta Europa e nel mondo. In questo trend di sviluppo, l’Italia gioca un ruolo molto speciale. Nel 2009, con l’avvento del digitale terrestre, Discovery attua una piccola rivoluzione e da pay tv, canali che venivano venduti agli abbonati di Sky, si avventura anche nel mondo free con Real time. “Questa mossa ebbe un riscontro incredibile, una scommessa che fece lievitare gli ascolti, e non era per nulla scontato con il pubblico italiano così abituato ai canali generalisti”.

Con programmi del tipo ‘Come ti vesti’, assai prima che arrivassero i Masterchef o il recentissimo ‘Il collegio’, sbarca in tv un genere di contenuto che comincia a cambiarne il volto e conquista un vasto pubblico. La seconda novità è l’acquisto di canale Nove, questo invece più generalista e meno targhettizzato. Maurizio Crozza, Virginia Raffaele, Fabio Volo sono tra le star su cui si decide di puntare. “In un mercato già abbastanza affollato, abbiamo cambiato il mindset, e l’esperimento è andato bene. Questa è un’azienda veloce, molto meritocratica, ma tutto quello che si fa deve essere condiviso con il board. Spiegare chi è Crozza agli americani non è stato facile. C’è un vasto pubblico che guarda la televisione lineare. Il bello è stato che il modello di business dall’Italia si è allargato a Spagna, Germania, Turchia e Uk. È come se avessimo fatto da apripista a una trasformazione di Discovery che in tutto il mondo era esclusivamente pay. E abbiamo avuto grandi soddisfazioni dai ricavi della pubblicità”.

L’anno scorso Discovery ha acquisito il network commerciale americano Scripps Networks Interactive, che per ricavi dopo gli Stati Uniti è il più grande in Polonia con 270 milioni di euro, mentre subito dopo viene il nostro paese”. Le produzioni italiane “hanno girato il mondo e sbancato per ascolti; programmi come ‘Il boss delle cerimonie’ sono diventati hit internazionali in più di cento paesi, ‘Il salone delle meraviglie’, di Federico Lauri, un ragazzo di Anzio che ha un negozio di parrucchiere, ha conquisto all’estero un folto pubblico”. Successi che hanno registrato ascolti sorprendenti. “L’Italia è per me motivo di grande orgoglio. Faccio il lavoro che ho sempre voluto, assieme a un team fantastico di cento persone con un’età media bassissima, 58 per cento donne e quasi 60 per cento di Millennials. Siamo considerati i più simpatici, i più buffoni. Riusciamo a lavorare in ambiente positivo e aperto al cambiamento. Ora il board si fida di noi. Meraviglia il fatto che la televisione la guardino ancora in tanti; è vero che i giovani maschi sono in decrescita ma il tempo speso davanti alla tv è maggiore rispetto a qualsiasi altro mezzo. In un convegno di semiologi e ricercatori sulla televisione e la rilevanza dei social media a partire dagli scritti di Eco, è emerso che la tv ha ancora il valore di validazione: puoi avere anche un esercito di followers su Instagram, ma vieni riconosciuto solo se vai in tv.
Travolto da insolita notorietà grazie a Discovery anche Gabriele Bonci, un pizzaiolo romano protagonista di ‘Pizza Hero’, una sfida tra i forni. La sua pizzeria ha avuto un incremento di attività dell’80 per cento. Bake off, dolci in forno, di Benedetta Parodi il venerdì sul digitale terrestre vanta più di un milione di spettatori; su Nove c’è ‘Fratelli di Crozza’ con il cinque per cento di share e ritorni delle sue imitazioni sui social e sui media lungo tutta la settimana. Dimax, con lo sport, è il canale con il target più maschile.

Da leader qual è, Laura Carafoli deve temperare aspetti del carattere come la curiosità e l’emotività nei confronti delle persone del suo team. “Sono attenta e sensibile, ma tendo a essere troppo mamma, devo bilanciare. Questo tipo di azienda frendly mi ha aiutato con percorsi di coaching per un paio d’anni, e mi è servito tanto anche nella vita personale, fonte di grandi affetti e di rapporti umani molto pieni. Ho una sorella con tre figlie stupende dai 15 ai 19 anni che sono il mio più grosso amore, oltre al marito c’è anche un gatto. Dedico tempo alle mie nipoti, chiacchiere, shopping, mi danno tanta energia”. Si confessa “negata in cucina” e non perde di vista i social, “per me è lavoro, ne ricavo spunti, info sui trend”. Senza essere una grande sportiva, macina camminando dieci chilometri quasi ogni giorno. Legge e ama le biografie, “bellissima quella su Roberto Palpacelli, ‘Il Palpa’, un grande talento del tennis che ha combattuto con la droga, e quella di Michelle Obama. Tra i romanzi ho letto l’ultimo di Houellebecq, ‘Serotonina’”. Viaggia per lavoro, ma poco, “sono ipocondriaca e fifona, certe zone del mondo non me le posso permettere, e ho preso la puntura di una zecca a Recco. Mi curo, vado in analisi, sto migliorando”.

La gratitudine è una dote che a Laura Carafoli non manca. “Freccero mi ha insegnato il coraggio, è un grande modello, tra guru e uomo del fare. Nella sua follia lo vedo lucido e simpatico. Ha saputo coniugare la teoria e lo studio dei media con la pratica. Marinella Soldi è stata per nove anni il mio capo, una donna con un alto senso della meritocrazia e valori veri come non ho mai più incontrato nella mia vita. Riesce a bilanciare il lavoro con la vita personale, ha dei figli, fa sport, va al cinema, ha delle passioni, vive. Mi ha lasciato un esempio straordinario”.

Un pezzo di passato invece è riuscita a lasciarselo alle spalle. “Sono stata una workaholic, ossessionata dal lavoro, e non ho più nemmeno il mito di chi lo è. Se lavori così tanto c’è qualcosa che non va. Da giovane devi essere disponibile, va bene, ma la mia era una nevrosi che nasceva dal bisogno di affermazione, dalla voglia di riconoscimenti, tradiva un’insicurezza in quanto per me era l’unico modo di dimostrare che esistevo. Ora qui abbiamo cambiato linea, per fortuna lavoriamo anche in smart working”.



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