MILANO – Rompere il circolo vizioso tra il debito pubblico e i mercati, por fine all’impulso dei creditori a usare il loro diritto come uno strumento anche politico sui paesi esposti. Ecco un libro che deve far discutere, specie in Italia dove chi lo legge non faticherà a sentire aria di casa. Del debito nostrano in realtà quasi non parla: ma sono fin troppi i corsi e ricorsi con il caso della Grecia (tra cui il fatto che a fine maggio il rendimento del Btp a 5 anni ha superato il corrispondente titolo greco). E’ “Il Sistema”, opera documentata che in 300 pagine racconta la “Storia del debito sovrano e del suo ripudio”, appena pubblicata per Bordeaux edizioni da Eric Toussaint, storico belga docente a Liegi e a Parigi VIII, che tra l’altro presiede il Comitato per l’abolizione dei debiti illegittimi (Cadtm).

Da più di dieci anni che l’Italia si dibatte nella morsa tra periodiche crisi finanziarie, governi inermi (da allora sei, e non c’è requie), incapacità a crescere tranne per gli oneri del debito. Sarebbe ora di cambiare: e il modo in cui gli italiani votano da un anno è una spia accesa della volontà, sempre più diffusa tra tanti lidi, di riscrivere regole e prassi di un sistema che non funziona. E’ il come, la parte più difficile: con che forze e leader politici, offrendo quale autorevolezza per fare quali accordi e con quali salvaguardie, per evitare insomma che la costruzione europea frani miseramente, e che l’azione linearmente speculativa dei mercati faccia danni ancor più gravi di quelli che ormai ci circondano.

L’economista Joseph Stiglitz, premio Nobel nel 2001, ha scritto su Internazionale il 7 giugno che l’esperimento neoliberista “è stato un fallimento e va dichiarato morto e sepolto”, perché ha prodotto tassi di crescita minori di quelli visti nei 25 anni dopo la guerra. Stiglitz, nemico del “nazionalismo di estrema destra”, e ben scettico sul “riformismo di centrosinistra” d’impronta clintoniana e blairiana, chiama come alternativa politica “la sinistra progressista”, per impiantare un “capitalismo progressista”, con agenda economica radicalmente diversa e che abbia per prima priorità “ripristinare un equilibrio tra mercati, Stato e società civile”. Dove il nuovo secolo ha portato le sue rotture, e più o meno dove Toussaint invoca una nuova rottura per sanare le scorse.

La tesi dello storico belga è che la dittatura del debito non è irreversibile, e il “debito odioso” va ripudiato, come hanno fatto con successo negli ultimi due secoli Messico, Stati Uniti, Cuba, Costa Rica, Russia. “Ripudiare il debito si può e, se si tratta di ‘debito odioso’ si deve”, ha detto Toussaint, che il 18 presenterà il libro a Roma con padre Alex Zanotelli. Quale debito è ‘odioso’? “Uno Stato è tenuto a pagare i debiti contratti dal regime precedente – spiega l’autore – ma con un’eccezione: il debito può essere classificato come ‘odioso’, e quindi ripudiato, se è stato contratto contro l’interesse della popolazione e con creditori che ne erano consapevoli, o che avrebbero dovuto esserlo”. Il riferimento è alla tesi formulata nel 1927 dal giurista russo Alexander Sack, esiliato a Parigi dopo la rivoluzione. E’ in cornici simili che dall’America latina alla Cina, alla Tunisia e all’Egitto, fino alla Grecia oggi il debito è stato usato come arma di domi­nio e spoliazione. “Dal XIX secolo l’uso dell’indebitamento estero e l’adozione del libero commercio hanno costituito un fattore fondamentale per la sottomissio­ne di intere economie periferiche alle potenze capitaliste”, scrive Toussaint. E’ per tutelare crediti che Gran Bretagna e Francia hanno colonizzato alcuni Stati del Nord Africa; è per tutelare gli investimenti delle loro banche che Francia e Germania hanno indotto la Grecia a piegarsi all’Europa. “I prestiti della troika sono stati chiaramente concessi contro l’interesse dei greci – afferma Toussaint, che nel 2015 ha coordinato la commissione per la verità sul debito greco chiesta dal parlamento -. La troika ha prestato denaro alla Grecia affinché questa rimborsasse banche private occidentali”.

Analizzando i “ripudi” in Mes­sico, Stati Uniti, Cuba, Costa Rica e Rus­sia dall’Ottocento, l’au­tore illustra storia, significato e tragica attualità della dottrina del ‘de­bito odioso’. Ci sono analogie, ma anche differenze, con il caso dell’Italia. Un paese certo schiacciato dal debito (2.358 miliardi di euro, quarto al mondo e al 132,6% del Pil), ma altrettanto schiacciato da giudizi e pregiudizi sulla sua gestione da parte di chi governa. Malgrado una certa vulgata ansiogena, dal 1990 a oggi il bilancio italiano ha sempre chiuso in avanzo primario (tranne due anni), con una qual disciplina dei conti pubblici, corroborata – argomenti appena squadernati dal neo presidente Paolo Savona nel suo primo discorso alla Consob – dalla forza del risparmio privato e delle esportazioni aziendali. Ma quando i mercati ‘odiosi’ ti prezzano peggio non solo di Spagna e Portogallo ma della Grecia, non puoi invocare solo falchi e congiure. Non è un caso se da un anno lo spread tra Btp e Bund tedesco sia raddoppiato, dato che le mosse principali del governo Conte sono state aumentare il deficit (quindi di fatto il debito) per anticipare pensioni ed erogare sussidi anziché investire su formazione e crescita.

Tagliare il nodo è possibile solo se si è capaci di fornire “un piano economico e sociale complessivo”, dice Toussaint, che passa per il ripristino di una fiscalità realmente progressiva, uno Stato meno inerme in campo economico, nuove regole europee capaci di valutare l’indebitamento complessivo (anche di famiglie, imprese e banche, dove l’Italia è virtuosa). “Il debito è un rapporto di potere che si prefigge estrazione di valore e dominio sull’assoggettato, determinandone le scelte – scrive nella prefazione italiana Marco Bersani, socio fondatore di Attac e di Cadtm in Italia -. L’uscita dalla trappola è una battaglia fondamentale. Tanto più necessaria in questi tempi in cui l’interiorizzazione della dottrina neoliberale dalle formazioni della sinistra, unita alla frustrazione prodotta dalle condizioni di vita imposte dall’austerity, ha canalizzato la rabbia verso forze reazionarie e razziste che hanno raggiunto il governo e stanno pervadendo i rapporti sociali”. Senza mettere in discussione la premessa “c’è il debito, non ci sono i soldi”, aggiunge Bersani, nessun doveroso richiamo potrà arginare chi poi conclude che “se i soldi non ci sono, prima vengono gli italiani”.



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