ROMA – Lo portarono in manette all’Ucciardone una mattina di novembre di vent’anni fa e quelle immagini fecero subito il giro del mondo. Un frate carmelitano a testa bassa fra due poliziotti della squadra mobile con l’accusa infamante di aver favorito la latitanza di un boss mafioso. E mica uno qualsiasi. No, quel padrino inseguito dai poliziotti di tutta Italia era Pietro Aglieri, il più grosso e ricco trafficante di droga della Sicilia occidentale. Un pezzo da novanta di Cosa Nostra che nel suo percorso mistico di avvicinamento a Nostro Signore – tra una partita di coca e un carico di eroina da raffinare – si era fatto costruire un altare nel suo rifugio segreto e, per celebrare messa ed espiare i suoi peccati, di un prete aveva sicuramente bisogno.


Don Mario, il carmelitano scalzo che confessava il padrino latitante

Il boss mafioso Pietro Aglieri

Fu così che don Mario Frittitta, il parroco della Kalsa, il quartiere arabo di Palermo nel quale erano nati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, si ritrovò alla fine del ’97 in prima pagina su tutti i giornali e le televisioni. La notizia apparve all’alba su Televideo e nel giro di qualche ora diventò di dominio pubblico. Da tempo giravano voci su quel frate, pochi però si aspettavano un epilogo del genere. I poliziotti lo accusarono di avere incontrato più volte Aglieri nel suo rifugio e di aver interpretato con un eccesso di zelo il suo mandato pastorale. Non solo confessioni e messe cantate, insomma, ma anche preziosi consigli al boss del tipo: “Pietrù, non pentirti mai con la giustizia terrena…”.

Rimase quattro giorni in isolamento, poi lo spedirono lontano dalla Sicilia. Il suo quartiere, manco a dirlo, si schierò compatto con lui, persino il vescovo dell’epoca manifestò “grande dolore” per l’arresto di quel religioso e si scagliò contro “i giornali ingiusti che sono perverse cattedre di violenze di ogni genere”.

In primo grado don Mario si difese con i denti: “Certo che ho incontrato Pietro Aglieri, ma io volevo solo convertirlo”. I giudici non gli credettero e lo condannarono a due anni e quattro mesi. Poi il colpo di scena: assolto in Appello e in Cassazione. “La conversione del peccatore, anche del mafioso messo al bando dalla stessa Chiesa, è un diritto che ogni sacerdote può esercitare. E dunque non può essere condannato per favoreggiamento un prete che ha incontrato di nascosto un latitante per portargli conforto spirituale”.

Le motivazioni della Suprema corte non lasciarono spazio ai dubbi: “I sacerdoti non sono tenuti a correre da giudici e carabinieri per consegnare persone o informare di reati dei quali vengono a conoscenza a causa del loro ministero”. Insomma, come sostiene il diritto canonico, rientra nei compiti dell’uomo di Chiesa la “conversione del peccatore, sebbene privato dell’ausilio sacramentale dell’eucarestia”. Nessun reato, comportamento lecito da prete, assolto con tante scuse. Un trionfo per don Frittitta che, rientrato alla Kalsa, fu accolto come un eroe.

Lui, ovviamente, ha perdonato tutti fin da quella domenica di maggio del 2001, quando nell’omelia subito dopo la sentenza definitiva di assoluzione, invocò la misericordia di Dio sui suoi accusatori. Con centinaia di fedeli in piedi a fargli la standing ovation e a chiedergli una foto ricordo per l’occasione. Mentre qualche fan un tantino più esagitato sfogava sui cronisti, “sbirri e sciacalli”, la sua rabbia.


Don Mario, il carmelitano scalzo che confessava il padrino latitante

Storie vecchie, per don Mario è acqua passata. Ha chiesto i danni per quei quattro giorni in cella, un risarcimento – sia chiaro – da devolvere ai bambini poveri della Kalsa. “Mi è stato concesso il privilegio umano e cristiano di capire la sofferenza degli altri” ha recentemente raccontato a un giornale online. “Lo rifarei? Certo che lo rifarei. Io sono un uomo di Dio e un uomo di Dio cerca la pecorella smarrita sulla roccia più impenetrabile. Lo rifarei oggi, domani, dopodomani. Chiaro?”.

Chiarissimo. Ha pure difeso gli inchini alle case dei boss – le “pecorelle smarrite” appunto – durante le processioni religiose. E ci ha persino fatto sapere che mica era solo lui il prete che andava a confessare i latitanti: “A Palermo ce ne sono tantissimi…”. Sembrava scomparso dai radar fino quando i giornalisti raccontarono l’ultimo incidente giudiziario nel quale era incappato: una mansarda abusiva sul terrazzo della sua chiesa. Niente di grave, per carità, probabilmente soltanto l’estremo tentativo di dormire un po’ più vicino al cielo e a quel Padre che ha servito per tutta la vita. I parrocchiani l’hanno immediatamente perdonato. Adesso le minacce al cronista di “Repubblica”. Ma, c’è da giurarci, anche questa volta il suo “popolo” lo difenderà a spada tratta.


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