MILANO – “Dopo i mesi degli attacchi, delle Ong dipinte come il male assoluto, il messaggio che lanciamo al nuovo governo è innanzitutto che torni al dialogo. Che ascolti la società civile e il Terzo settore, fucina di competenze a servizio del Paese”. Roberto Rossini, presidente delle Acli e portavoce dell’Alleanza contro la povertà, apre le porte al Conte bis con ottimismo “apprezzando” il discorso con il quale è stata chiesta la fiducia alla Camera.
 
Che opinione vi siete fatti della nascita di questo governo?
Le premesse sembrano positive. Il programma, per come l’abbiamo visto nelle sue linee generiche, e il richiamo a un ‘nuovo umanesimo’ ci sembrano interessanti per rimettere la persona al centro delle politiche. Poi dovremo giudicare dai fatti.
 
La squadra di ministri è formata. Il giudizio?
Prima che di persone, il problema è di metodo. Noi speriamo che sia un governo aperto al Terzo settore. Abbiamo sempre auspicato il dialogo, anche con l’esecutivo precedente. A maggior ragione, dopo le ferite aperte negli ultimi mesi, speriamo in un cambio di passo.
 
Quali priorità inserirebbe nell’agenda di governo?
Il lavoro, senza dubbio: è la grande urgenza sulla quale mettersi all’opera. Declinata in tre aspetti: fiscale, previdenziale e di formazione professionale. In generale, se l’esecutivo sposasse l’agenda 2030 dell’Onu (sugli obiettivi sostenibili), si ritroverebbe già una strada chiara e pulita da seguire.
 
Spieghi meglio come affronterebbe il tema fiscale.
Se considera che superati i 75mila euro l’aliquota è unica, vuol dire che tassiamo Cristiano Ronaldo e un dirigente medio allo stesso modo. Le fasce alte di reddito hanno già beneficiato di una flat tax. Servirebbe piuttosto aumentare il numero degli scaglioni.
 
Una direzione opposta a quella della semplificazione, indicata dalla flat tax leghista ma auspicata anche da diversi osservatori.
Il fisco deve essere sempre più “personalizzato”. Ciò si può fare aumentando il numero di scaglioni Irpef e di tax expenditure, cioè “sartorializzando” deduzioni e detrazioni per agevolare chi ha realmente bisogno.
 
Su pensioni e formazione, cosa propone?
Occorre un ripensamento complessivo della previdenza. Quota 100 non è in sé sbagliata, ma è una scorciatoia. Il nostro sistema è ancora incardinato sulle idee degli anni Cinquanta, sulle quali si è poi modificato per sedimentazione. Ma le carriere lavorative di oggi sono diverse: servono risposte alle incertezze di questi percorsi, anche ricorrendo alla fiscalità generale. Per la formazione, vorremmo uno sforzo sui sistemi duali che consentono di ottenere un titolo mentre si lavora. Bisogna rafforzare l’alternanza scuola-lavoro e potenziare la formazione professionale. E’ lo strumento più coerente con il mondo del lavoro di oggi, e capace di allineare il mismatch tra competenze richieste e istruzione.
 
Cosa salva del governo Lega e M5s?
Il Reddito di cittadinanza non è da buttare ma ha bisogno di un “tagliando”. Bisogna recuperare la dimensione dell’inclusione, quella presente nelle precedenti esperienze come il Rei. Sarebbe utile tornare a separare i percorsi di inclusione sociale dalle politiche attive. Povertà ed esclusione e bisogno di lavoro non si possono affrontare alla stessa maniera.
 
Recupero delle vecchie e buone prassi: lo si chiede da più parti anche per la gestione del fenomeno migratorio.
La questione di fondo è passare da “accoglienza” a “integrazione”. Anche qui, recuperare l’esperienza degli Sprar vuol dire consentire una integrazione ordinata, fatta di piccoli numeri e interventi locali. E’ una strada da riprendere in mano.
 

Fisco, la proposta Acli

Alla 52esima edizione dell’Incontro nazionale di studi delle Acli (Bologna, 12-14 settembre) arriva una proposta di revisione fiscale sulla base dell’aumento degli scaglioni Irpef dai cinque attuali. Una simulazione ipotizza di “spezzare” l’attuale terzo scaglione di reddito (quello compreso tra 28 a 55.000 euro) in due distinti scaglioni: uno da 28 a 40.000 e l’altro da 40 a 55.000 euro, rimodulando di conseguenza la scala delle aliquote:
 

0-15.000 21%
15.001-28.000 26%
28.001-40.000 32%
40.001-55.000 38%
55.001-75.000 42%
>75.000 45%

 

Secondo la simulazione, con questo assetto l’1% dei contribuenti subirebbe un aggravio rispetto al quadro attuale, “prevalentemente concentrato nella parte più elevata della distribuzione dei redditi; la perdita media per questi contribuenti sarebbe pari a circa 1.200 euro”. Gli incapienti, “circa il 24% del totale, non subirebbero effetti, perché non sarebbe prevista l’introduzione di una imposta negativa sul reddito. Tre contribuenti su quattro, invece, potrebbero beneficiare di uno sgravio fiscale pari in media a 407 euro”.

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Carlo VerdelliABBONATI A REPUBBLICA



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