MILANO – Dieci anni per tornare quasi al punto di partenza: l’indice principale di Piazza Affari, il Ftse Mib con le quaranta azioni a maggior capitalizzazione e liquidità, ha chiuso il periodo in lieve calo, meno 3,46%. E a guardare il listino da lontano, anche per altri aspetti sembrano cambiate poche cose: ad esempio, il peso del Ftse Mib rappresenta ancora grosso modo l’80% della capitalizzazione complessiva e il 90% degli scambi, nonostante il grande successo che ha avuto nel frattempo l’Aim, il mercato alternativo dei capitali.

Però, ingrandendo la fotografia per guardare meglio i dettagli, le differenze sono notevoli quanto intuitive, se si pensa alla storia finanziaria recente: le banche sono sempre tante ma “valgono” meno del decennio passato, le utility salgono alla ribalta e i titoli legati al petrolio generalmente soffrono.

Ovviamente il Ftse Mib di oggi non è composto dagli stessi titoli di dieci anni – il paniere viene rivisto quattro volte l’anno – per questo la variazione media del 3,46% non la racconta tutta: chi avesse puntato sui cavalli attuali dieci anni fa in alcuni casi avrebbe guadagnato moltissimo, in altri avrebbe perso oltre il 90%. Per tutti comunque vale una considerazione: i prezzi di Borsa non tengono conto dei dividendi incassati nel periodo. Che, in qualche caso, servirebbero a limitare in modo sensibile le perdite.

I peggiori titoli dell’indice – tra quelli che esistevano già dieci anni fa, anche se magari erano quasi irriconoscibili, prima di aver realizzato aggregazioni importanti – in sette casi su dieci sono banche e assicurazioni. Non poteva essere altrimenti, in un settore bersagliato dall’esplosione dei crediti in difficoltà, dalle violente oscillazioni dei titoli di Stato (che impattano sul loro patrimonio) e dalla difficoltà di trovare un modello di business redditizio (soprattutto le banche). Si “salva” Generali, che nell’arco di un decennio ha perso solo il 3,5% del suo valore, in linea con l’indice, mentre fa da spartiacque Mediobanca, che praticamente non si è mossa (+0,9%).

Sul versante opposto, va alla grande l’industria farmaceutica e medicale: Recordati, Amplifon e Diasorin; spesso a controllo familiare (ancora una volta Recordati, prima che venisse venduta a Cvc, e Campari) e con grande vocazione all’export.

Incrementi stellari anche per la holding della famiglia Agnelli, Exor, e decisamente più in basso ma pur sempre in crescita di quasi il 50%, Fca. In generale c’è molta industria nella parte alta della classifica (Stm, Prysmian, Buzzi e la stessa Atlantia) insieme agli “emergenti” di questi ultimi anni: le utility e le società che gestiscono reti; quindi Snam, Terna, Hera, A2a ed Enel. Uniche eccezioni nel mondo finanziario, Banca Generali e Azimut. Ma qui si parla di risparmio gestito, cioè dell’industria più florida del paese. Anche a Piazza Affari.

 



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