“COME sarò in futuro e, soprattutto, dove finiranno le mie foto?”. Se lo chiedono in tanti ormai mentre usano FaceApp, l’applicazione per l’invecchiamento dei volticreata nel 2017 e tornata virale grazie al #FaceAppChallenge, la gara lanciata per pubblicizzare le nuove funzioni all’insegna del “Come sarai tra 30 anni?”.

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Il primo boom era arrivato con la trasformazione del genere e sui social il massimo divertimento era nel postare la propria immagine convertita all’altro sesso. Allora l’app ha visto crescere il suo indice di gradimento, nonostante il lancio del filtro ‘di bellezza’ Hotness avesse fatto infuriare le polemiche perché basato su algoritmi allenati con modelli caucasici al punto che le persone con la pelle nera in foto risultavano con la pelle visibilmente schiarita. Ora però a tenere banco è l’invecchiamento (assieme al ringiovanimento) dei tratti somatici, ottenuto in modo verosimile grazie all’impiego dell’intelligenza artificiale. E chi non è curioso di proiettarsi nel futuro contando le proprie rughe?

Così l’applicazione invecchia i volti

L’utilizzo dell’app è facile e immediato: basta scaricarla dal PlayStore di Google o dall’Apple Store, e caricare un selfie per vederlo trasformato in base al filtro selezionato. Per ottenere questo risultato, la nostra foto transita però su server che si trovano all’estero, dove i dati “potranno essere archiviati e lavorati negli Stati Uniti (dove FaceApp dichiara di avere sede) o in qualsiasi altro paese in cui FaceApp, i suoi affiliati o i fornitori del servizio possiedono le infrastrutture”, si legge nella policy per il trattamento dei dati sensibili ferma al 2017 (quindi precedente all’entrata in vigore del Gdpr).

Ma chi c’è dietro il programma di ritocco che fa impazzire anche i personaggi noti, da Alessandro Gassmann ad Aurora Ramazzotti, passando per i Ferragnez e i calciatori ‘invecchiati’ da scuderie e fan curiosi? FaceApp è prodotta la Wireless Lab OOO, società con base a San Pietroburgo fondata da Yaroslav Goncharov, che non offre però informazioni trasparenti su tempi e uso dei dati raccolti dai migliaia di utenti che l’hanno scaricata. Nulla vieta, insomma, che la nostra immagine o quella dei nostri familiari venga data in pasto alle reti neurali utilizzate per addestrare l’intelligenza artificiale al riconoscimento facciale, a fini commerciali o per altri scopi.

In Italia le associazioni dei consumatori sono sul piede di guerra. In prima linea Altroconsumo e Codacons, con l’intenzione di presentare un esposto all’autorità garante affinché avvii una indagine sull’applicazione. “Questo apparentemente innocuo tormentone estivo rischia di nascondere un traffico, potenzialmente pericoloso, di dati sensibili – spiegano dal Codacons, sottolineando come leggendo “il documento relativo al trattamento dei dati sorgano seri dubbi sull’utilizzo e sul rispetto della riservatezza degli utenti”.

Con un’aggravante, fa notare Altroconsumo, – pronta a chiedere al garante una diffida – per il fatto che FaceApp può accedere anche ai file multimediali di WhatsApp e raccogliere dati aggirando l’obbligo di avere scaricato l’app. Così come viene dato per sontato il consenso per la geolocalizzazione. Delle società terze cui potrebbero essere ceduti questi dati, tra l’altro, si legge nella policy di FaceApp che “questi affiliati rispetteranno le scelte che fai su chi può vedere le tue foto”, informazione che però l’app non richiede durante l’uso.

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