ROMA – L’Italia dà più di quanto riceve dall’Europa: 15 miliardi contro 9 all’anno, in media. Eppure non ha ancora imparato a spendere bene quel che incassa, nei tempi giusti e per fare le cose importanti. Sin qui ha presentato a Bruxelles “scontrini” per soli 17,3 miliardi su 75,2 di fondi strutturali e di investimento del ciclo 2014-2020. Il 23%, appena un miliardo certificato ogni quattro assegnati.

Una tradizione di lentezza e indolenza figlia anche di un sistema amministrativo elefantiaco e inadeguato. Con un finale già scritto, che si ripete ad ogni settennato di programmazione dei soldi Ue: si cincischia per anni, si corre solo alla fine, col fiato sul collo di dover restituire risorse preziose. Eppure senza quei fondi Ue il Sud, che ne beneficia all’85%, sprofonderebbe. L’Italia tutta avrebbe meno strade, ponti, scuole, sanità, metropolitane, fibra ottica, ciclovie, bus ecologici. Potrebbe fare meno assistenza agli anziani, al territorio sfibrato dal dissesto idrogeologico, agli edifici pubblici da rendere eco-efficienti. Le aziende rinuncerebbero a crediti di imposta e incentivi. Le politiche per l’occupazione a Garanzia Giovani e bonus Sud, lo sgravio contributivo che ha portato 240 mila nuovi assunti stabili nel 2017-2018.

Il nuovo Parlamento che si elegge oggi tra i primi impegni dovrà mettere mano al Piano finanziario pluriennale 2021-2027, alle politiche di coesione e alla Pac, la politica agricola. Difficili stravolgimenti, ma anche qui l’Italia latita. Il Piano è quello proposto dalla commissione Ue nel maggio di un anno fa. Quando a Roma Luigi Di Maio minacciava l’impeachment a Mattarella e Matteo Salvini spingeva per Paolo Savona alla guida dell’Economia. Lo spread veleggiava, nel timore di Italexit, una clamorosa uscita del Paese dall’euro. A un anno di distanza, nulla di questo è avvenuto. Ma intanto la proposta della Commissione ha fatto passi avanti, discussa ed emendata. E l’Italia? Assente. Non ha neppure un ministro per le Politiche europee (solo un interim al premier Conte), dopo l’addio frettoloso di Savona che l’ha gestito come contentino prima di trasferirsi alla guida di Consob, la Commissione per la Borsa.

Eppure in quei documenti c’è anche un pezzo del nostro futuro. Lì si è deciso come ripartire 1.279 miliardi di bilancio europeo. Contraendo le politiche di coesione – quasi tutte dirottate ai paesi più deboli, quelli dell’Est, oggi sovranisti – e le politiche agricole (l’Italia avrà quasi 5 miliardi in meno). A favore di più fondi per gli immigrati, sebbene valutati sulle richieste di asilo che l’Italia ha nel frattempo contratto, non sugli sbarchi. E incrementando le risorse per ricerca, innovazione, digitalizzazione, servizio civile. Per rientrare dagli ammanchi di una possibile Brexit – la fuoriuscita del Regno Unito – e mantenere le risorse immutate rispetto agli anni passati, la Commissione propone tre tasse: una webtax sui colossi del tech, una verde sulle emissioni e un’altra sulla plastica. Il Parlamento uscente suggerisce poi di alzare i contributi dei singoli paesi al bilancio comune dall’1,1 all’1,3% del reddito nazionale lordo.

Ma di questi temi, almeno nella nostra campagna elettorale, non si è parlato. Gli italiani non sanno come sono spesi i soldi che l’Italia dà all’Europa e che poi vengono distribuiti secondo il principio di sussidiarietà, soccorrendo i paesi più deboli. E non conoscono neppure come vengono usate le risorse che poi ci tornano indietro.

Nel settennato 2007-2013 i 91,7 miliardi di fondi europei – assegnati all’Italia, compreso il cofinanziamento nazionale, senza il quale quei soldi non possono essere spesi – sono finiti in 949.556 progetti, dalle fioriere ai corsi di formazione. Una polverizzazione che non ci rende orgogliosi. Ne abbiamo restituito per insipienza 52 milioni. Pochi se si guarda il totale. E comunque uno spreco.

Al 31 dicembre del 2018 – dati elaborati dal centro studi della Uil, Servizio politiche territoriali – sono già tre i programmi che non hanno raggiunto il target prefissato, per 71 milioni. Tra questi il Pon inclusione, un programma che il ministro del Lavoro Di Maio voleva usare per finanziare il reddito di cittadinanza (ipotesi irrealistica), ora sul punto di ritornare a Bruxelles per 25 milioni. Una discreta somma, se si pensa che l’intero decreto Crescita ne vale 500. “Le debolezze italiane sono note, quando si parla di fondi Ue: burocrazia, sistemi amministrativi fragili, codice appalti che cambia in continuazione”, riflette Ivana Veronese, segretaria confederale della Uil. “Ma l’Italia dovrebbe invece battersi a Bruxelles per scorporare il cofinanziamento dal deficit: il vincolo rallenta la spesa delle Regioni. Non scordiamoci che il 70% dei 43 miliardi di investimenti pubblici annui dell’Italia è fatto anche grazie ai fondi Ue”.

 



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