È noto che l’introduzione di una vera flat tax, con un’unica aliquota a prescindere dal reddito percepito, andrebbe maggiormente a beneficio dei redditi più alti, visto che questi beneficerebbero di una maggiore riduzione delle aliquote di tassazione. In questa nota esaminiamo invece come la distribuzione regionale delle risorse sarebbe toccata dall’introduzione della flat tax.
 

La distribuzione regionale delle risorse

La redistribuzione regionale delle risorse viene generalmente misurata dal “residuo fiscale”, calcolato come la differenza tra le tasse pagate dai cittadini di una certa regione e le spese (al netto degli interessi sul debito) dalla pubblica amministrazione di cui beneficiano i cittadini della stessa regione.[1] Quindi, se le tasse pagate dai cittadini di una regione sono maggiori della spesa pubblica di cui beneficiano, il residuo fiscale è positivo e produrrà un flusso netto in uscita dalla regione verso lo stato. La Banca d’Italia, nel suo ultimo rapporto sull’economia delle regioni italiane pubblicato a fine 2018, stima l’ammontare medio del residuo fiscale dal 2014 al 2016 sia in termini pro capite che in percentuale del Pil regionale.[2] In questa nota, per rendere i dati comparabili con le dichiarazioni dei redditi del 2017, abbiamo assunto che la quota di spesa primaria e di entrate in rapporto al Pil, nonché dei residui fiscali, siano stati nel 2017 pari alla media del triennio. I residui fiscali così ricavati sono riportati nella tavola 1.

Il quadro che ne emerge è il seguente: le entrate sul Pil regionale incidono in maniera più forte al Centro e al Nord rispetto al Sud. Questo perché se la tassazione è progressiva, in presenza di un livello di reddito più alto, come nel caso delle regioni del Centro e del Nord, la pressione fiscale è più alta. Si prendano d’esempio la Lombardia e la Calabria: la prima è caratterizzata da un livello di entrate pari a circa il 50 percento del Pil, la Calabria pari al 45. Si potrebbe peraltro pensare che le differenze tra le aliquote medie di tassazione siano maggiori. Non lo sono per due motivi. Primo, che non tutte le tasse sono progressive. Secondo, che, per quanto il Nord abbia redditi pro capite più elevati, il numero di contribuenti che paga aliquote nei tre scaglioni IRPEF ad aliquote più alte (38, 41 e 43 per cento), anche se più concentrato al Nord, è abbastanza limitato, influendo in modo contenuto sul livello medio di tassazione.

In termini di rapporto tra spesa e Pil le differenze appaiono fortemente a favore del Sud: la Lombardia si ferma a poco più del 33 per cento, la Calabria, invece, è al 79,7 per cento. Questo perché la spesa è distribuita sul territorio nazionale in modo uniforme rispetto alla popolazione, incidendo così in maniera molto maggiore rispetto al Pil totale nelle regioni a reddito pro capite più basso.[3] Il risultato è che al Nord il residuo fiscale è mediamente positivo e pari a 3294 euro pro capite, nel Sud e nelle Isole è negativo ed ammonta a circa 3326 euro per abitante, come riportato nella tavola 1.
 

Quali sarebbero le conseguenze di una flat tax per i residui fiscali?

Le prime ipotesi circolate inerenti l’introduzione di una vera e propria flat tax prevedevano due principali aliquote per i redditi familiari: una al 15 per cento per i redditi fino a 80 mila euro e una al 20 per cento per quelli superiori, con una perdita di gettito stimata in circa 50 miliardi.[4] Non essendo stato possibile reperire i dati sui redditi familiari per regione, abbiamo stimato gli effetti di un’introduzione di una sola aliquota al 20 percento sui redditi individuali che comportasse una perdita simile per il fisco. La tavola 2 riporta la stima degli effetti sul residuo fiscale regionale dall’introduzione di una tale aliquota piatta.

Le prime tre colonne della tavola riportano la perdita di gettito in termini assoluti, pro capite e in percentuale del gettito lordo rispetto al regime attuale. Le ultime tre colonne riportano i residui fiscali assoluti, pro capite e in percentuale del Pil regionale ricalcolati tenendo conto dell’introduzione della flat tax. La perdita complessiva per il fisco sarebbe di 57 miliardi, il 28 per cento circa del gettito attuale lordo IRPEF. In linea generale, sarebbero le regioni del Centro e del Nord, caratterizzate da un livello di reddito più alto, a beneficiare di una minore tassazione che in termini pro capite al Nord passerebbe da 4230 euro a 3029 euro (un calo di 1201 euro o del 28 per cento circa), contro una riduzione per il Sud da 2193 euro a 1646 euro (un calo di 547 euro o del 25 per cento). Il calo in termini percentuali è meno sbilanciato di quanto si potrebbe pensare proprio perché, come già notato, il numero di contribuenti a reddito elevato, quelli che si avvantaggerebbero maggiormente della flat tax, pur essendo più numeroso al Nord, resterebbe comunque relativamente contenuto, influendo solo parzialmente sulle medie per macro-regioni.
In termini assoluti, a fronte di una perdita totale di 57 miliardi, circa 33,3 andrebbero a beneficio del Nord, 12,5 del Centro e soltanto 11,4 del Sud. Il residuo fiscale del Centro, insieme a quello del Nord, dopo l’introduzione della flat tax resterebbero positivi ma la riduzione sarebbe molto forte (da 110 a circa 66 miliardi).  Il Sud registrerebbe un residuo negativo pari a 80 miliardi, contro i 69 attuali.
 

Flat tax, con la proposta Salvini pioggia di miliardi ma solo per le regioni del Centro-Nord

 


[1] Il termine “tasse” è qui usato in senso lato per riferirsi a tutte le entrate percepite dallo stato, inclusi, per esempio, i contributi sociali. Per ulteriori approfondimenti si veda l’Audizione del presidente dell’ufficio parlamentare di bilancio in merito alla distribuzione territoriale delle risorse pubbliche per aree regionali
[2] Si veda pagina 117, in particolate la tavola a5.4, del rapporto al link  per un approfondimento sulla metodologia di calcolo dei residui fiscali.
[3] Si osservi che la spesa pro capite è un po’ più bassa al Sud che al Nord (11.842 euro pro capite contro 13.284 al Nord). Ciononostante, i divari di reddito sono tali che il Sud risulta essere beneficiario netto di risorse assai cospicue, pari al 18,0 per cento del proprio Pil. Per converso, dal Nord e dal Centro defluiscono risorse per il 9,4 e 5,7 per cento del Pil della regione); queste risorse sono uguali alla somma del residuo fiscale del Sud più l’avanzo primario dell’Italia (pari al 2,4 per cento del Pil dell’Italia).

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Carlo VerdelliABBONATI A REPUBBLICA



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