ROMA – “Se otto ore vi sembra poche…”, recitava l’antico canto di lotta delle mondine e delle setaiole degli inizi del Novecento. Allora la giornata di lavoro poteva raggiungere le quattordici ore in condizioni di sfruttamento e di salari da fame, fortunatamente abbandonati da anni. La svolta, che costò scioperi e sacrifici, arrivò proprio cento anni fa, nel febbraio del 1919 – data che rende ancora più significativo questo Primo maggio. Allora fu sancita, per via contrattuale, dopo un accordo tra Fiom e imprese, la giornata di otto ore che prevedeva non si potesse non poteva superare le 48 ore settimanali.

A monte di quello che fu uno dei successi del movimento operaio durante la Settimana Rossa, c’era stato almeno un ventennio di lotte di cui furono protagoniste le donne, soprattutto due categorie: le mondine del vercellese e le setaiole della Lomellina e nella Vallesina. Lavori duri, usuranti, rischiosi e nei quali venivano impiegate bambine di dodici anni: in questi contesti si svilupparono le rivendicazioni guidate da donne, come la segretaria della Federterra Argentina Altobelli, amica di Anna Kuliscioff, e leader in prima linea come la filandaia jesina Gemma Perchi (1873-1957) che anticipò le conquiste nazionali. E proprio a Jesi, nelle Marche, in questi giorni – a cura di Cgil, Cisl e Uil e dell’amministrazione comunale – si ricorda con una serie di manifestazioni, mostre, convegni e spettacoli, la figura di Gemma Perchi, repubblicana, antifascista, prima segretaria donna di una Camera del Lavoro. Un episodio la colloca nella storia del movimento sindacale: nel 1899 fece incrociare le braccia alle circa 1.000 filandaie jesine e ottenne, vent’anni prima, la riduzione a dieci ore dell’orario di lavoro quando ancora se ne lavoravano 12 o 14.

C’è da chiedersi se oggi l’orario di lavoro, ormai sceso a 40 ore settimanali, sia adeguato ai tempi. Secondo il neo presidente dell’Inps Pasquale Tridico no: solo qualche giorno fa ha rilanciato la proposta bertinottiana (mai arriva in porto in Italia) della settimana delle 35 ore, a parità di salario, con scopi redistributivi. L’esperienza passata, in particolare in Francia, non fu un granché: non sembra aver dato luogo ad aumenti dell’occupazione rilevanti, ha lasciato indifferenti le aziende che hanno avuto sconti fiscali a fronte delle 35 ore e di fatto l’orario non è cambiato perché oltre la 35 esima ora si procede regolarmente agli straordinari. Tant’è che Macron ha dichiarato guerra alla legge di Lionel Jospin.

Quello che è certo è che, come tutti sanno, il mercato del lavoro è fortemente cambiato. A guardar bene l’aumento negli ultimi dieci anni di 1,5 milioni di contratti part time, spesso subiti dai lavoratori, come segnala l’ultimo rapporto dell’Anpal, non è altro che una riduzione “distorta” dell’orario di lavoro, con annessa riduzione del salario. Al tempo stesso la rivoluzione tecnologia e la robotica mettono a rischio di estinzione circa 700 tipologie e mansioni lavorative. Starà alla politica e al mondo sindacale il compito di governare il cambiamento e l’algoritmo. Facendo una scelta tra chi vuole rinunciare al lavoro a colpi di reddito di cittadinanza e chi vuole scommettere sul capitale umano e gli investimenti per avere più lavoro e di maggiore qualità.

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