PECHINO – Una pinta di Asahi per un milione di won, 756 euro. In Corea del Sud anche i bar hanno iniziato a boicottare i prodotti giapponesi. Secondo una associazione di categoria, circa 50mila negozianti ai quattro angoli del Paese hanno eliminato tutti i marchi nipponici dalle vetrine, dagli alimentari alle auto Toyota, dagli abiti di Uniqlo all’elettronica di Sony. Sono gli stessi consumatori a chiederlo: il 55% dei cittadini ha smesso di comprare Made in Japan, mentre celebri Youtuber strappano i loro biglietti aerei per il Sol Levante e un 79enne si è addirittura immolato di fronte all’ambasciata giapponese di Seul. E così uno scontro nato dall’ennesima disputa sull’eredità bellica, e salito di livello quando Tokyo, in puro stile Trump, ha bloccato una serie di esportazioni hi-tech verso la Corea del Sud, ora minaccia di diventare un conflitto commerciale a tutto campo.  

Come se l’Asia o il mondo avessero bisogno di un’altra faida tra superpotenze, oltre a quella tra Stati Uniti e Cina. Non è una novità che tra sudcoreani e giapponesi corra cattivo sangue, colpa delle atrocità compiute dagli occupanti nipponici prima e durante la Guerra Mondiale, ma questa ferita non ha impedito alle due democrazie più avanzate e tecnologiche d’Asia di allacciare negli anni stretti rapporti d’affari. Almeno finché il dissidio storico non è all’improvviso diventato economico: lo scorso anno la Corte suprema di Seul ha stabilito che Nippon Steel e Mitsubishi Heavy Industries, aziende giapponesi colpevoli di aver utilizzato durante la Guerra lavoratori forzati sudcoreani, devono risarcirli. 

Il tribunale è passato pure ai fatti, requisendo alcuni beni delle due società. Tokyo, che ritiene i debiti di guerra già saldati, lo definisce un atto di “guerra economica” e chiede al governo sudcoreano di rimandare tutto all’arbitrato di un Paese terzo. Nel frattempo, con mossa ispirata dall’assalto commerciale di Donald Trump alla Cina, il governo di Shinzo Abe ha bloccato le esportazioni verso Seul di tre materie prime chiave per l’industria dei semiconduttori e dei display, un colpo al campione nazionale Samsung. Secondo Seul, che ha annunciato ricorso al Wto, è una chiara ritorsione, secondo Tokyo un tema di “sicurezza nazionale”, altro cavallo di battaglia trumpiano, visto che quel materiale hi-tech rischia poi di finire in Corea del Nord. Fatto sta che nel frattempo il termine per accettare l’arbitrato, giovedì scorso, è passato. Il Giappone ora minaccia addirittura di togliere la Corea del Sud dalla “lista bianca” commerciale, preludio per ulteriori blocchi; Seul, proprio come la Cina, ha attivato una task force per trovare fornitori alternativi. Il boicottaggio spontaneo dei cittadini continua a diffondersi.

Una escalation che finora gli Stati Uniti sono rimasti a guardare senza intromettersi, nonostante coinvolga i suoi principali alleati nell’area (e vada a tutto vantaggio della Cina). Da che pulpito Trump potrebbe predicare moderazione, visto che questo scontro pare la copia carbone delle sue guerre commerciali? Le aziende giapponesi cominciano a sentirne gli effetti negativi, ha ammesso qualche giorno fa Fast Retailing, holding dei vestiti Uniqlo, denunciando un calo delle vendite. Ma a soffrire ancora di più potrebbe essere l’industria turistica, visto che un quarto dei turisti stranieri che visitano il Paese sono sudcoreani. Il blocco delle forniture hi-tech invece, se dovesse durare a lungo, potrebbe far aumentare in tutto il mondo il costo dei microprocessori, una vera iattura. Al momento però né il presidente sudcoreano Moon Jae-in, in crisi di consenso, né il premier nazionalista Abe, atteso domenica da una decisiva tornata elettorale, sembrano voler fare passi indietro.
 

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