HANNO denunciato ritorsioni da parte di Google i dipendenti che lo scorso novembre organizzarono una protesta negli uffici della azienda in tutto il mondo contro la gestione dei casi di molestie sessuali. “Google ha la cultura della rappresaglia che molto spesso funziona per mettere a tacere le donne, le persone di colore e le minoranze di genere”, si legge in una lettera interna firmata da due dipendenti Google, Meredith Whittaker e Claire Stapleton e altri 10 colleghi, visionata dal Guardian e da altri siti specializzati. “La rappresaglia non è sempre evidente. È spesso nascosta e confusa, fatta di colloqui glaciali, negazioni e manipolazioni, cancellazione di progetti, cambiamenti negati e retrocessioni. Comportamenti che alludono al fatto che il problema non è aver protestato contro l’azienda ma che si è inadeguati, che non si è integrati nella società”, si legge nella lettara.

La Stapleton, da 12 anni a Google, aveva fatto la denuncia due mesi dopo la marcia, precisando che era stata retrocessa, che le erano stati annullati progetti e che le era stato chiesto di mettersi in malattia anche se non era malata. “Solo dopo che ho assunto un avvocato che ha contattato Google, il management ha condotto un’inchiesta facendo marcia indietro sulla mia retrocessione, almeno sulla carta”, ha spiegato. “Sebbene il mio lavoro sia stato ripristinato – ha aggiunto – l’ambiente è rimasto ostile e penso a licenziarmi quasi ogni giorno”.

A scatenare le proteste dello scorso novembre era stata la notizia riportata dal New York Times sul fatto che l’ex executive Andy Rubin aveva incassato una buonuscita da 90 milioni di dollari pur essendo stato costretto alle dimissioni dopo un’accusa di molestia da parte di una sottoposta.

L’azienda da parte sua risponde così alle accuse: “Proibiamo le ritorsioni sul luogo di lavoro e indaghiamo su tutte le accuse. I dipendenti e i team sono regolarmente e normalmente assegnati a nuovi incarichi o riorganizzati per essere in linea con l’evoluzione delle esigenze aziendali. In questo caso non c’è stata alcuna ritorsione”, ha difatti spiegato un portavoce di Google.


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