MILANO – Scende in campo direttamente il leader della Cgil Maurizio Landini in difesa dei lavoratori de La Perla, dopo che l’azienda nei giorni scorsi a sorpresa ha comunicato ai sindacati la volontà di procedere con un drastico taglio del personale, facendo scattare l’immediata reazione dei lavoratori che hanno scioperato contro le intenzioni dell’azienda: “L’apertura  delle procedure di mobilità per 126 dipendenti di due società del gruppo ‘La Perla’ è un fatto grave. Si tratta di un intervento che inspiegabilmente, su 1200 dipendenti nel mondo, sceglie di eliminare cento persone a Bologna, più della metà delle aree di  campionario, dove risiede il Know How, il saper fare, del prodotto leader del mercato dell’intimo e della corsetteria”, ha detto l’ex numero uno della Fiom. “Si tratta di un altro  marchio di prestigio del made in Italy – ha sottolineato Landini – che rischia di vedere la sua linea produttiva e ideativa totalmente realizzata all’estero, con un grave danno economico e di immagine per la manifattura italiana e per lo stesso made in Italy”.

A Bologna l’azienda dà lavoro a 428 persone divise tra le due società “La Perla Manufacturing” e “La Perla branch”, che impiega stilisti e impiegati, mentre se si considerano anche i dipendenti nei negozi il numero total sale a 546.
 

I guai finanziari

La vicenda del marchio fashion si intreccia con una delle storie finanziarie emerse nelle ultime settimane a livello internazionale, dopo i resoconti della stampa anglosassone: quella dei fondi H20, una controllata inglese dalla banca d’investimento francese Natixis, che ha subito una fuga miliardaria di investitori in pochi giorni a metà giugno. Un boom di riscatti scatenato dalle ricostruzioni del Financial Times, che ha rintracciato la presenza di bond illiquidi nei fondi della società di gestione, legati in particolare al finanziere tedesco Lars Windhorst. Lo stesso che – nel 2018 – ha acquisito da Silvio Scaglia la casa di lingerie, con un accordo (senza mai svelarne le cifre) arrivato solo al termine di una battaglia legale. Ebbene, il quotidiano della City ha ricollegato le due vicende.

Tra i bond di H20 che sono andati in sofferenza, infatti, ci sono anche le obbligazioni legate a La Perla ed emesse da un veicolo olandese per finanziarne l’acquisizione. In ultima analisi, dunque, prestiti della holding Windhorts che dovevano servire per rilanciare la casa italiana e che sono finiti in portafoglio alla casa d’investimento inglese. Alla fine, però, con le difficoltà a migliorare le performance de La Perla, il gioco è saltato e il castello finanziario si è sgretolato, gettando ulteriori ombre sul futuro lavorativo e industriale dei bolognesi.

La mappa dei marchi all’estero

La Perla è uno dei tanti marchi del Made in Italu che negli ultimi anni hanno lasciato il territorio italiano finendo in mani strniere.  L’ultima in ordine di tempo è stata l’italianissima Versace, passata nelle mani degli americani di Michael Kors. A fare man bassa dei più noti marchi del fashion italiani sono stati innanzitutto i giganti francesi Kering e Lvmh. Nel 2004 il gruppo controllato dalla famiglia Pinault ha completato la sua scalata a Gucci, che a sua volta alcuni anni dopo ha rilevato il marchio della ceramica fiorentino Richard Ginori. Stesso destino per Brioni e i gioielli di Pomellato. Hanno trovato casa in Lvmh invece Prima Fendi, nel 1999, poi il marchio Emilio Pucci, quindi i profumi di Acqua di Parma (2001), i gioielli di Bulgari (2011) e i filati di Loro Piana (2013). All’estero è finita anche Valentino, acquistata dal fondo della famiglia reale del Qatar Mayhoola for Investments per 700 milioni di euro, che ha messo le mani anche sulla vicentina Pal Zileri. Parla cinese invece Krizia, ceduta nel 2014 alla la società di Shenzhen Marisfrolg Fashion co. Caso a parte per Ynap (Yoox), big dell’e-commerce di lusso nato in Italia e venduto quest’anno agli svizzeri di Richemont.

 

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