MILANO – A un mese dallo svelamento di Libra, la valuta proposta da Facebook in consorzio con altre 27 aziende e organizzazioni, probabilmente Mark Zuckerberg non pensava di incontrare una resistenza così trasversale e risoluta.
 

I paletti del G7

Gli ultimi in ordine di tempo a manifestare la loro preoccupazione per lo stable coindi Menlo Park sono stati i ministri delle Finanze di importanti Paesi del G7, Francia e Italia. Dal summit francese di questi giorni, prima Le Maire ha tuonato che la valuta digitale non può ambire ad essere una moneta sovrana. Poi il collega Tria ha raccontato che tra i suoi equivalenti delle maggiori economie mondiali c’è agitazione a riguardo e che questo sentimento presto si tradurrà in un intervento. Alla fine della due giorni d’incontri, il gruppo di lavoro dei sette Grandi (che ha anche trovato l’accordo su una forma di web tax e di tassazione minima globale sulle società) ha concluso che monente come Libra possono essere sviluppate solo se vengono rispettati una serie di ‘paletti’.

Il documento del gruppo di lavoro (presenti anche Fmi e Bri) ammorbidisce i toni quando ricorda che “l’accesso ai servizi di pagamento deve migliorare in molte aree del mondo e i pagamenti cross-border devono essere più veloci e meno cari. Le nuove tecnologie hanno la possibilità di ovviare alle carenze presenti oggi e offrire maggiori benefici agli utilizzatori dei servizi di pagamento”. Ma indica quattro priorità: innanzitutto le ‘stable coin’ devono garantire la fiducia del pubblico rispettando al massimo le norme regolamentari ed essere soggetto a supervisione e vigilanza prudente. Dovrebbero poi “dimostrare una solida base giuridica, in tutte le giurisdizioni, per garantire una protezione adeguata e garanzie a tutte le parti interessate e agli utilizzatori”. Come minimo, gli emittenti dovrebbero spiegare chiaramente la natura dell’impegno che stanno facendo ai possessori delle loro monete e eventuali rischi connessi con la proprietà di questo bene. Il terzo paletto riguarda il quadro di governance e gestione dei rischi che dovrebbe garantire la resilienza operativa e cibernetica. Il quarto punto riguarda le attività sottostanti (ovvero i corrispondenti depositi in valute reali come euro e dollari), che devono esser gestiti in maniera “sicura, prudente, trasparente e coerente con gli impegni” assunti verso gli utenti per garantire – fra l’altro – una “fiducia” da parte del mercato anche “in tempi difficili”.
 

Un filotto di critiche

Quelle giunte dalla Francia sono soltanto, come si diceva, le ultime voci critihe in ordine di tempo. Donald Trump non ha fatto mancare il suo tweet a riguardo e – per una volta – il governatore della Federal Reserve si è trovato in sintonia con il suo presidente. Powell ha puntato al cuore della questione, in audizione alla Commissione per i servizi finanziari, quando ha rimarcato come la dimensione di Facebook ponga dei problemi senza precedenti. Se la moneta di Facebook dovesse prender piede (il lancio è previsto per il 2020) diventerebbe un sistema finanziario alternativo alle valute tradizionali di riserva quali sono dollaro ed euro: un evento, per Powell, “importante in modo sostanziale, immediato e sistematico”. Un fattore da ponderare con attenzione, e in fretta.

Anche il nostro Ignazio Visco ha speso parole di cautela sulla proposta. E ancor più netto è stato l’assai ascoltato Benoit Coeuré, che siede nel comitato esecutivo della Banca centrale europea, e ha definito “troppo pericoloso” un ingresso dei giganti tech nelle attività di servizio finanziario “sfruttando un vuoto normativo”. Non a caso ha invitato i regolatori a “muoverci più velocemente di quanto siamo stati in grado di fare finora”. Nella politica Usa si è composto un asse bi-partisan contro il social network: pesano, in questo caso, soprattutto le preoccupazioni sulla tutela dei consumatori e dei loro dati. E’ ancora aperta la ferita dello scandalo di Cambridge Analytica: gli Usa hanno staccato una multa miliardaria al social di Zuckerberg e, a distanza di così poco tempo, un progetto di una simile portata suscita reazioni univoche. Le ha recentemente ricordate Il Foglio: quella del democratico senatore Brown (“Facebook è pericolosa”) e quella della senatrice repubblicana McSally (“Ragazzi, non mi fido di voi”) partono da schieramenti opposti per arrivare allo stesso bersaglio.
 

Le paure: scala, trasparenza, ruolo delle Banche centrali

Con 2,8 miliardi di persone che maneggiano applicazioni di Facebook (non solo il social blu, ma anche Instagram e WhatsApp) in giro per il mondo, la scala del progetto è – come visto – la prima preoccupazione. Ci sono poi altri tipi di ragionamenti. Libra – per quel poco che si sa – dovrebbe essere una criptovaluta a metà. Il prezzo non dovrebbe oscillare liberamente sul mercato (come accade con le montagne russe del Bitcoin), ma esser ancorato alle principali valute tradizionali.

Il Consorzio che dovrebbe controllarne il funzionamento (aperto fino a 100 membri e senza una funzione predominante di Facebook) dovrebbe di fatto “vendere” le Libre ai consumatori e impegnare le valute tradizionali incassate, come riserve, in depositi bancari e obbligazioni di aree dove le Banche centrali seguono politiche anti-inflazionistiche. Lo scenario apocalittico per i governatori è l’assorbimento integrale del denaro tradizionale da parte di Facebook, con l’effetto di limitarne la portata delle scelte di politica monetaria. Il timore americano è che Libra ponga fine all’egemonia del dollaro come valuta di riserva a livello mondiale. Che al posto del sistema delle banche centrali, con la blockchain si sviluppi un sistema globale in mano a privati. Mentre, ha notato l’ex dg di Bankitalia Salvatore Rossi, la funzione di creare denaro non può che restare pubblica “perché serve l’interesse generale”.

C’è poi il discorso dell’industria finanziaria, che ha reagito inizialmente in sordina. Tra i promotori della prima ora ci sono Visa e Mastercard, non le banche. Alcuni osservatori hanno aggiunto che gli stessi colossi dei pagamenti sono entrati con riluttanza. Anche in questo caso, le posizioni oscillano. Alcuni vedono in Libra niente più che un sistema di pagamento nuovo e alternativo, per altro neanche troppo rivoluzionario visto che già ora la possibilità di trasferirsi denaro viaggia su molteplici canali. Altri lo indicano come un possibile salvagente di stabilità per quei Paesi che hanno visto cadere le loro monete sotto i colpi delle crisi economiche e valutarie. Altri ancora sottolineano come – per la sua natura – sfuggirebbe al controllo di qualsiasi autorità americana o mondiale in genere, con la possibilità di aprire praterie al proliferare di attività come riciclaggio e finanziamento del terrorismo internazionale. Mentre le banche e le istituzioni finanziarie, che sarebbero ‘cornute e mazziate’, sono obbligate ad operare in uno dei mercati con la regolamentazione più complessa e dispendiosa.

A proposito di illegalità e trasparenza, il Washington Post citava recentemente (a supporto di questi timori) uno studio australiano per il quale un quarto degli utilizzatori di Bitcoin – e la metà delle transazioni in valore – sono coinvolti in attività illecite. In generale, la mancanza di trasparenza è un tasto dolente per Facebook. L’associazione basata a Ginevra, che raggruppa gli attuali 28 partner finanziatori del progetto, non ha particolari obblighi di disclosure verso i mercati e il pubblico in genere. Mnuchin, il segretario al Tesoro Usa, ha detto chiaramente che Facebook dovrà “soddisfare uno standard molto alto prima di potere accedere ai mercati”. David Marcus, il curatore dell’iniziativa nel social network, ha provato a ribaltare il tavolo: “Se non agiamo, presto altri diffonderanno criptovalute con fini e valori ben diversi dai nostri”, ha detto nella sua audizione ai politici Usa, agitando la minaccia delle Fintech cinesi pronte comunque a dominare questo settore. ‘Noi vi stiamo chiedendo il permesso, gli altri non lo fanno’: è la logica del discorso di Marcus. Per ora, questo atteggiamento non sembra aver fatto breccia.

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