Un mercato che cresce di anno in anno, arrivando a quota 460 miliardi quando erano soltanto 338 nel 2016. E un contraccolpo sul lavoro regolare, che può supportare meno addetti a vantaggio di quelli che stanno nell’ombra.

Il mercato dei prodotti contraffatti registra una crescita “considerevole”: il suo valore, secondo un rapporto diffuso nei giorni scorsi dall’Ufficio Ue per la proprietà intellettuale (Euipo) e dall’Ocse, ha toccato i 460 miliardi di euro contro i 338 miliardi del 2016. La sua quota sul totale del commercio mondiale è quindi salita dal 2,5 al 3,3%. Per i soli Paesi Ue, il documento indica che la quota di merci contraffatte o pirata importante nei 28 ha raggiunto i 121 miliardi di euro, cioè il 6,8% delle importazioni complessive. I Paesi più colpiti dal fenomeno sono gli Usa, la Francia, l’Italia, la Svizzera, la Germania e il Giappone.

Se si guarda al risvolto sul lato del lavoro, la contraffazione costa all’Italia 88 mila posti di lavoro persi, mancato gettito fiscale dal commercio al dettaglio e all’ingrosso per 4,3 miliardi di euro (solo nel 2016) e mancato pagamento di diritti di proprietà intellettuale ai legittimi titolari italiani per altri 6 miliardi. Cui vanno aggiunte minori entrate statali per 10,3 miliardi di euro.

Nel Belpaese, il numero di posti di lavoro persi è pari al 2,1% di quelli dei settori direttamente interessati dalla contraffazione. Complessivamente, il commercio di prodotti contraffatti e piratati ha comportato una riduzione delle entrate pubbliche italiane equivalente del 3,2% delle gettito fiscale, ovvero lo 0,62% del prodotto interno lordo italiano. L’Italia, con il 15% del valore complessivo delle merci sequestrate, è il terzo Paese colpito dalla contraffazione, dopo gli Stati (24%) e Francia (16,6%).

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