ROMA – “Sono qui a portarci la guerra, pena di morte”, scrive un utente. “Al muro e fucilatelo”, fa eco un altro. Questi sono solo alcuni dei commenti a un post su Facebook che riporta la notizia di due fermi per terrorismo, accompagnata dalla scritta: “TOLLERANZA ZERO per chi, in nome di una religione, vuole portare MORTE nel #NostroPaese meritano di non uscire più di GALERA!!!”. L’ha pubblicato lo scorso 17 aprile Angelo Ciocca, allora candidato al Parlamento europeo per la Lega, poi eletto, ed è il contenuto che ha scatenato sia più repliche offensive e/o discriminatorie sia più discorsi d’odio nelle settimane precedenti alle elezioni europee.

I signori dell’odio vestono verde Lega
Elezioni anticipate da un’agguerita campagna online che Amnesty International Italia ha analizzato per capire quanto e come i leader politici del nostro paese abbiano contribuito ad alimentare l’intolleranza. In particolare, l’organizzazione no-profit ha valutato 100 mila contenuti condivisi dai candidati delle principali liste, più i capi di partito, dal 15 aprile al 24 maggio 2019. Si è scoperto, non del tutto a sorpresa, che i signori dell’odio online hanno un colore politico ben definito ed è verde Lega. Del partito di Matteo Salvini fanno parte i politici che mettono la firma sui post maggiormente capaci di aizzare gli animi, generare sentimenti negativi, scatenare insulti e minacce. Oltre il già citato Ciocca, si piazzano sul podio due donne: Alessandra Cappellari, non eletta, e Silvia Sardone che ha, invece, guadagnato il seggio in Parlamento e inaugurato l’esordio a Bruxelles con un selfie con Marine Le Pen, il volto dell’estrema destra francese.

Migranti e donne sotto attacco
Bersaglio di questi politici sono principalmente i migranti. Il modus operandi è identico e segue logiche precise: si prende una notizia di cronaca che vede i migranti protagonisti negativi e la si dà in pasto ai social. È il caso, per esempio, di un articolo de Il Giornale dal titolo: “Torino, stuprata da immigrati. In balia degli aguzzini per ore”. Sardone l’ha rilanciato  il giorno stesso, il 21 aprile, scrivendo: “Una povera ragazza costretta ad ore di incubo e violentata da stupratori stranieri. Questi vermi meritano solo carcere duro a lungo. Inoltre per quanto mi riguarda bisogna aumentare le pene per gli stupri”. Il commento che ha guadagnato più like (215) dà la misura della discussione: “E sarà sempre peggio — si legge —. Tranquilli buonisti, non è vostra figlia o vostra moglie. Ma la ruota gira. Meglio che ti (vi, ndr) svegliate. Tutti”. Nel mirino di insulti e odio online, sono anche le donne. Ma non vengono attaccate direttamente dai politici, bensì dai leoni da tastiera che si scatenano nei commenti, offendendole. Inoltre, le donne in politica ricevono più del doppio degli attacchi dei colleghi e oltre uno su quattro è sessista.

Salvini, re dei social
Un discorso a parte merita Matteo Salvini, vicepresidente del Consiglio, ministro dell’Interno, leader della Lega, e anche re indiscusso dei social. Il 51,5% di interazioni fa capo ai suoi canali sociali. Suoi sono i tre post più commentati e sempre suoi i tre post più condivisi. Un risultato che ha avuto un prezzo. Esattamente 128.782 euro sborsati dal 26 aprile al 10 giugno per sponsorizzare sulla  pagina Facebook ufficiale del ministro 58 post. Il 23 maggio scorso, grazie a uno strumento messo a disposizione dal social di Menlo Park, si è scoperto che nei sette giorni precedenti all’apertura delle urne lo staff social del Capitano, come lo appellano i fan, aveva pagato 30mila e 581 euro per promuovere undici contenuti. Quattro avevano per tema l’immigrazione e presentavano i migranti in modo negativo. Un esempio è il video che mostra una violenta lite tra un capotreno e un passeggero straniero salito a bordo senza biglietto. Promuoverlo è costato tra i 5mila e i 10mila euro. Messaggi che, come notato da Repubblica, avevano — e continuano ad avere — come target anche ragazzi tra i 13 e i 17 anni.

Le parole vietate
Ma se ai migranti non risparmia la gogna social, Salvini è ben accorto a evitare di finire sulla graticola, bannando dalla propria pagina Facebookespressioni legate a temi sensibili per la Lega. Come 49 milioni: quelli che il partito del ministro dell’Interno ha intascato grazie a una truffa sui rimobrsi elettorali e che deve restituire allo Stato. Una blacklist segnalata dagli utenti nei giorni scorsi, che evoca la censura in Cina e il controllo sociale del fascismo. Ma scade nel ridicolo, fintanto che si può aggirare il divieto scrivendo “48+1 milioni” o “50-1”.


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