ROMA – Un anno di crescita “astronomica”, così Rob Solomon, amministratore delegato di GoFundMe definisce il primo anniversario italiano della piattaforma che dà la possibilità di raccogliere fondi per delle cause sociali. Quando ad agosto è stata soffiata la prima candelina, il bilancio era di otto milioni di euro racimolati in dodici mesi. Soldi che hanno permesso di aiutare Lorenzo ad avere una nuova protesi per la gamba, amputata dopo un incidente. O di consentire a Pamela e Calogero, entrambi affetti da un linfoma aggressivo, di trasferirsi all’estero e sottoporsi alla Car-T: una nuova terapia usata per curare due tumori del sangue che non rispondono ad altri trattamenti disponibili e sbarcata nel nostro paese solo a settembre.

Proprio le richieste di finanziamento per determinate, costose, cure hanno registrato un “boom”, spiega Solomon, tanto che “nell’ultimo anno, tra le venti più grandi campagne mediche lanciate su GoFundMe a livello globale, quattro sono state italiane”. Lo incontriamo nella sede romana di Talent Garden. Lacoste blu, jeans, e fisico da ex canoista, Solomon è un uomo della Silicon Valley che crede in una nuova fase della filantropia “fatta di tante persone che raccolgono miliardi di dollari online per le cause a cui tengono”. Una tendenza che sembra essere dimostrata anche dai risultati raggiunti da Facebook, appena rilasciati: negli ultimi quattro anni gli strumenti messi a disposizione dal social – e in particolare le raccolte fondi lanciate dagli utenti per i loro compleanni – hanno permesso di tirare su oltre due miliardi di dollari. Dal 2010, anno della sua fondazione, GoFundMe ha invece consentito di raccogliere sei miliardi di euro nel mondo.

Solomon, è online il futuro della beneficenza?
“Decisamente sì. Si tratta di un grande mercato che a livello globale vale 500 miliardi di dollari, eppure meno del 10 percento è attualmente transitato al digitale. Una trasformazione che sta avvenendo con ritmi più lenti rispetto ad altri settori, ma che sarà inevitabile nei prossimi dieci anni. Tutte le associazioni benefiche, così come le organizzazioni non governative, dovranno adottare una buona strategia digitale, altrimenti corrono il rischio di diventare obsolete. Noi non vogliamo sostituirci a loro, bensì offrirgli gli strumenti sia per raccogliere fondi che per costruire un dialogo con le persone, soprattutto i più giovani. A questo proposito, entro la fine dell’anno, annunceremo diverse novità”.

GoFundMe è una compagnia for profit e allo stesso tempo una piattaforma destinata a raccogliere fondi per le cause sociali: come si conciliano le due anime?
“Penso che essere for profit sia necessario per fare innovazione e assumere i migliori ingegneri. Inoltre, a partire dal 2017 abbiamo iniziato a non applicare più una commissione del 5 percento sulle cifre raccolte durante le campagne, ma a fare affidamento su una mancia che gli utenti della piattaforma possono volontariamente lasciarci. Una scelta per cui sono stato quasi licenziato dal consiglio di amministrazione dell’azienda, eppure il modello sta funzionando: continuiamo a crescere e a fare profitti”.

Quali sono le raccolte fondi più comuni?
“Ovunque, un po’ a sorpresa, la categoria principale è la salute. Pensavamo che sarebbe stata molto importante solo negli Stati Uniti, dato che il sistema sanitario statunitense è in mani private e i costi sono proibitivi. Ma la raccolta fondi per le spese mediche si è piazzata al primo posto in tutti i 20 paesi in cui è presente la nostra piattaforma, Italia compresa. Questo perché anche dove la sanità è pubblica, il sistema non fornisce alle persone tutto quello di cui hanno bisogno. In Italia abbiamo degli importanti esempi relativi a trattamenti sperimentali che non sono effettuati nel paese o non sono coperti dal sistema sanitario nazionale. A Pamela e Calogero, per esempio, sono stati diagnosticati due linfomi aggressivi incurabili in Italia. Grazie ai soldi raccolti con GoFundMe, sono riusciti ad andare all’estero e a pagare delle nuove cure, e sono ancora vivi”.

A lungo siete stati criticati per non fare abbastanza nel fermare le campagne truffa. Quali contromisure avete preso negli anni?
“Questa è la nostra più grande area di investimento. Attualmente abbiamo circa trecento impiegati e un terzo di loro lavora proprio per evitare il cattivo uso della piattaforma. Sfruttiamo diversi algoritmi per identificare le potenziali frodi e soprattutto possiamo fare affidamento su una comunità che conta oltre 75 milioni di donatori. Persone che hanno l’opportunità di segnalarci se qualcosa non va con un click. Infine, se i soldi non dovessero realmente andare alla causa a cui erano originariamente destinati, garantiamo al donatore il completo rimborso della cifra spesa”.

Una campagna che l’ha particolarmente impressionata?
“Si chiama Time’s Up ed è stata lanciata nel 2017 per supportare il movimento #metoo. L’obiettivo era creare un fondo per garantire assistenza legale a uomini e donne vittime di molestie sessuali, o abusi, sul luogo di lavoro. Mi ha colpito molto il fatto che accanto alle grandi donazioni, effettuate da grandi nomi dello spettacolo come Meryl Streep o Oprah Winfrey, si sono aggiunte tantissime micro-donazioni di poche decine di dollari. Un’unione che ha permesso di raccogliere oltre 24 milioni di dollari”.



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