MILANO – Il campanello non era suonato a vuoto nelle scorse settimane: i dati definitivi confermano che la locomotiva d’Europa ha innestato la retromarcia nel secondo trimestre dell’anno. Il Prodotto interno lordo della Germania, ha ufficializzato stamattina l’istituto statistico Destatis, è sceso dello 0,1% nel periodo aprile-giugno, penalizzato in particolare da un calo dell’1,3% delle esportazioni.

Difficile non pensare al momento globale del commercio e dell’economia, appesantito dalla guerra dei dazi tra gli Usa e la Cina insieme ad altri focolai di tensione, come principale causa del rallentamento tedesco. I dati confermano così la stima preliminare diffusa a metà agosto.

Anno su anno, il Pil è salito dello 0,4%, rallentando dunque dal +0,9% da cui era reduce nel primo periodo del 2019. Sempre su base annua, nel secondo trimestre la caduta dell’export è pari allo 0,8%, il maggiore declino degli ultimi sei anni.

Prima che venissero ufficializzati i numeri, gli economisti di Intesa Sanpaolo – che si aspettavano proprio questi risultati – sottolineavano come “data la significativa correzione dell’industria, già vista nei dati mensili, i servizi dovrebbero continuare a crescere a un ritmo sostenuto”. Confermata anche l’attesa su un supporto positivo all’economia da famiglie e governo: tiene meglio il mercato domestico, sia sul fronte dei consumi dei nuclei (+0,1%) che della spesa pubblica (+0,5%).

Detto della fotografia del recente passato, le prospettive non sono rosee e gettano una ombra su tutto il continente. E in particolare sull’Italia, dove molte imprese vivono di export. I grandi e piccoli gruppi tedeschi sono infatti uno dei canali attraverso il quale i prodotti tricolori raggiungono i diversi angoli del mondo, come beni “intermedi” di quelle filiere diventate nel tempo sempre più globali.

Rep

“Per ora – analizzano ancora da Intesa Sanpaolo – l’economia tedesca non è ancora in una recessione tecnica, ma il rischio è aumentato. Il clima economico in Germania si è ulteriormente deteriorato nei primi due mesi del terzo trimestre, ed è attualmente coerente con una contrazione del secondo trimestre che si estenda anche nel terzo trimestre”. Se il segno meno dovesse strabordare nel terzo periodo dell’anno, in sostanza, Berlino sarebbe tecnicamente in recessione.

L’ipotesi non è remota, anzi è ormai data per scontata. Soltanto ieri, d’altra parte, l’importante indice Ifo che misura la fiducia delle imprese tedesche è calato ancora ad agosto arrivando al quinto mese consecutivo in contrazione. E’ ora al livello più basso da novembre 2012. L’indice si è deteriorato sia per la situazione corrente sia per le aspettative. Altri indicatori, dunque, al di sotto delle aspettative del mercato che hanno aumentato i timori di una recessione incombente. Timori che recentemente anche il capo della Fed, Jerome Powell, ha messo in cima all’agenda parlando di “ulteriori prove di un rallentamento globale, soprattutto in Germania e in Cina”. Anche Mario Draghi, nell’ultima conferenza dopo il direttorio Bce, si era intrattenuto a parlare di questo. E la stessa Cancelleria, oltre alla Bundesbank, prevede che la crescita economica tedesca del terzo trimestre sarà negativa, creando quindi una “recessione tecnica” dopo il -0,1% appena ufficializzato.

“Sul versante positivo – hanno annotato ancora da Intesa Sanpaolo – la Germania ha un certo margine di allentamento fiscale e il governo ha segnalato la sua apertura a fornire stimoli se l’attuale recessione si trasformerà in una crisi più grave”. Anche la Cancelleria, nel suo ultimo documento si appigliava a questi temi. “Positivo”, valutano a Berlino, che la congiuntura interna sia “intatta” e “non c’é da attendersi una grave crisi dell’economia tedesca”, almeno “fin quando i conflitti commerciali non degenerano e non si arriva a una Brexit sregolata”.



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