La questione della riforma del Fondo salva stati, che risponde ufficialmente al nome di Mes, Meccanismo europeo di stabilità, ha obiettivi e risvolti così importanti per l’economia europea e persino mondiale, che varrebbe la pena far uscire il dibattito dal cortile della politica italiana.

Il Fondo fu creato nel 2011, nel pieno della crisi dei bond sovrani europei: lo spread stava mandando all’aria non solo la Grecia, ma il terremoto sistemico lambiva tutti paesi del club Med, oltre a rappresentare un rischio per le banche tedesche e francesi. Si corse ai ripari si fece un nuovo trattato europeo, il Fiscal compact con norme stringenti per i bilanci, Draghi cominciò a preparare la strada all’immissione di liquidità e si decise anche di creare un Fondo per intervenire nell’ambito dell’eurozona in caso di crisi. Fu una politica europea giusta, discutibile forse per le ricadute in termini di austerità, ma così si salvò non solo l’euro ma anche le nostre economie nazionali e i nostri tenori di vita.

Oggi, finita la crisi, si pensa in Europa di allentare i meccanismi di austerità del Fiscal compact, di rendere addirittura più strutturale la possibilità di intervento della Bce e anche di potenziare il Fondo salva stati.

La chiave della riforma sul quale si è raggiunta una intesa di massima nel giugno scorso e che dovrà essere approvata il 12 dicembre, è che il Mes, in inglese Esm, ovvero European stability mechanism, è che questa istituzione acquista più potere e operatività e diventa una sorta di Fondo monetario internazionale rafforzato. Pochi l’hanno notato: ma con la riforma scompare la avversata Troika, che ad esempio in Grecia, in Spagna e Portogallo ha imposto le proprie politiche di austerità a fronte di prestiti negli ultimi anni. Al posto della Troika sarà l’Esm il protagonista forte e avrà un’arma in più: a fronte di un paese con un debito giudicato tecnicamente non sostenibile potrà erogare prestiti solo se ci sarà una ristrutturazione.

Intendiamoci, la ristrutturazione come è avvenuto in Grecia può essere chiesta e imposta anche oggi da Bce, Commissione e Fmi, ma il nuovo statuto introduce un condizionalità che ad un paese come il nostro, sempre in debito d’ossigeno, può suonare sinistra. Così è sembrata al governatore della Banca d’Italia che pure è favorevole al nuovo statuto e così è apparsa a molti autorevoli economisti come Giampaolo Galli nel dibattito degli ultimi giorni. Invece il presidente della Consob, Paolo Savona ha dato con cautela il benvenuto allo strumento che introduce un “prestatore di ultima istanza” nel sistema europeo, cioè qualcuno che può far fronte ad una disastrosa crisi di liquidità.
Certo si poteva far meglio, anche se il ministro Tria, nonostante il clima antieuropeo dell’allora maggioranza gialloverde che creò grosse difficoltà, evitò che passasse il concetto che la ristrutturazione dei debiti fosse resa automatica dal nuovo statuto in caso di intervento, cioè senza valutazioni sulla sostenibilità.

Tuttavia come ha fatto notare il ministro dell’Economia Gualtieri nei giorni scorsi, il punto che dovremmo guardare è un altro. Riguarda le banche europee: al Mes viene attribuita la possibilità di intervenire a sostegno del sistema bancario, in caso di crisi, con una funzione di backstop fiscale, cioè di supporto per il fondo di risoluzione unico con una linea di credito di 70 miliardi.  Oggi è questa l’urgenza: non è un segreto che i tassi negativi stanno mettendo in crisi le banche tedesche, che Moody’s abbia appena ritoccato al ribasso il loro mitico rating e che la questione dei derivati sta pesando su alcuni importanti istituti di credito. Come ha detto in una intervista a Repubblica il pragmatico riformista ministro dell’Economia olandese Wopke Hoekstra alcuni giorni fa: “Dobbiamo andare avanti con l’unione bancaria perché dobbiamo essere pronti se ci sarà una nuova crisi”. Dunque la questione è ben più grave di quanto sembri ai nostri protagonisti del dibattito.
 
  

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Carlo VerdelliABBONATI A REPUBBLICA



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