LO SCORSO anno era la notizia, evidentemente fasulla, dell’iPhone X a un euro. Riportata da un finto articolo di Repubblica, in cui venivano riprodotti grafica e impaginazione della testata, pubblicizzato sui social network. Con i soliti scopi di campagne di phishing di questo genere: condurre gli inconsapevoli lettori a seguire la catena di link malevoli e, alla fine, installare qualche malware sul proprio dispositivo, cedere informazioni come carte di credito ed estremi per l’accesso ai servizi digitali o semplicemente alimentare il traffico dei siti e gli introiti pubblicitari. Un mix di bufale e fake news utili a veicolare vere e proprie frodi che continua a rinascere online, con false notizie “camuffate” da Repubblica, e anche da altri siti di informazione, veicolate sia tramite pagine taroccate del social che, sempre di più, tramite le campagne pubblicitarie tramite il social di Mark Zuckerberg. 

 

Fra le ultime avvistate di recente c’è per esempio un pezzo che sotto alla testata di Repubblica riporta il seguente pseudoarticolo: “Rapporto speciale: l’ultimo investimento di Jovanotti ha lasciato gli esperti a bocca aperta e spaventato le banche“. Scorrendo il pezzo  – in realtà un caotico e delirante copia-incolla nonsense  – si finisce, fra link e immagini cliccabili, nelle grinfie di una piattaforma che si chiama Bitcoin Evolution. Un’altra pagina fasulla, invece, torna sul grande classico degli iPhone a poco prezzo. Stavolta il modello a cui si fa riferimento è l’XS Max: ovvio il richiamo all’affare sul vecchio dispositivo, visto che sta per uscire il suo successore, l‘iPhone 11.  

 

Anche in questo caso le polpette avvelenate circolano grazie a inserzioni che spesso Facebook non ritiene di dover sospendere ma che di fatto alimentano il mercato delle frodi digitali. Un inquinamento che da una parte cavalca la fiducia di utenti e lettori per una testata come Repubblica e dall’altra li solletica, in questo senso senza alcuna novità rispetto al tradizionale phishing informatico, con occasioni imperdibili o notizie clamorose che mettono sotto accusa i personaggi popolari più esposti, come Jovanotti. O inventano  – era capitato lo scorso anno – le storia della miracolosa tabaccheria di Torino dove si riscuoterebbero vincite di 20 volte superiori alla media nazionale. Tutto falso, immondizia digitale che i social contribuiscono a far girare. 

 

L’articolo inventato su Jovanotti è ospitato dal sito creesano.com che risulta in qualche modo schermato. Nel senso che WhoIs, la piattaforma per l’analisi dei domini, ne riporta come intermediario per la registrazione Namecheap, un’impresa statunitense di web hosting e appunto intermediaria di domini accreditata dall’Icann, l’ente internazionale che assegna gli indirizzi IP, con sede a Los Angeles, in California. Ma Namecheap è solo lo snodo: l’effettivo registrante è invece mascherato, probabilmente grazie all’acquisto di un servizio piuttosto comune ed economico che garantisce appunto l’anonimatoDi fatto, non c’è modo di risalire ai responsabili di questo incessante lavoro di inquinamento che ovviamente non ha alcun peso in termini di traffico assoluto ma costituisce una trappola in virtù della circolazione sui social. 

 

Come hanno segnalato molti lettori, le conseguenze di questa intossicazione costante, che in corrispondenza di certi eventi dall’elevata attrattiva subisce delle fiammate improvvise, sono molte. Molti, a primo impatto, si fidano proprio perché vedono un qualche rimando, più o meno preciso, a Repubblica (spesso anche copiando le firme dei giornalisti) e magari finiscono per seguire le indicazioni fornite in queste pagine da presunti concorsi, gruppi d’acquisto supervantaggiosi o metodi per arricchirsi rapidamente magari con il trading delle criptovalute, come nel caso analizzato. Finendo per attivare costosi abbonamenti, addebiti sulla carta di credito o appunto per mettere in circolazione i propri dati. Il tutto con la complicità dei social che, come spiegano gli esperti, non entrano nel merito dei contenuti di ciò che pubblicizzano ma si assicurano solo che le inserzioni siano tecnicamente conformi. “In altre occasioni, invece – aveva spiegato David Gubiani, Security Engineering Manager di Check Point Software Technologies – può darsi che l’inserzione sul social sia in qualche modo lecita ma che ad essere stati compromessi, per esempio infilandoci un finto articolo di Repubblica.it, siano siti terzi che hanno difese ben più basse e vengono appunto utilizzati come matrioske”. 

 

Come fare a difendersi? Occhio alla url, cioè all’indirizzo web al quale si è stati condotti. Deve contenere come dominio principale http://www.repubblica.it/ con tutte le possibili sezioni e ramificazioni in cui è articolata la piattaforma. Se non è di quel genere, non può in nessun modo essere un articolo di Repubblica.it. Ovviamente occhio anche a titoli e contenuti: inviti agli acquisti, pomposi rilanci commerciali e altri tipi di specchietti per le allodole non fanno ovviamente parte del nostro lavoro giornalistico e non possono essere raccontati in quelle forme e in quei toni, in un articolo di natura palesemente “pseudopromozionale”. Anche i contenuti danno una mano a schivare il pericolo: sono pezzi macedonia, privi di senso o tradotti in modo grossolano, sommari lunghi con richiami informali agli utenti. Stili e approcci assolutamente lontano dall’approccio del giornalismo professionale. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



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