Risponde Aldo Bissi del comitato scientifico di Ridare, portale di Giuffrè Francis Lefebvre che affronta tutte le tematiche in materia di risarcimento del danno e responsabilità civile.

Per come la situazione è descritta nella domanda, il comportamento assunto dalla banca non appare condivisibile e, come il lettore osserva, sembrerebbe persino illogico, non ravvisandosi alcun motivo per cui, se in precedenza al tutore veniva riconosciuta l’operatività dispositiva mediante il servizio di home banking il cui accesso era regolato dal dispositivo OTP (One Time Password; comunemente “chiavetta”), non vi è ragione per la quale non venga riconosciuta la medesima possibilità per il solo fatto che è stata modificata la modalità di accesso al medesimo servizio informatico.

Ciò detto, occorrerebbe in primo luogo verificare se la banca non stia invece pretendendo che, per l’attivazione, ossia solo la prima volta, il tutore si rechi personalmente presso la filiale al fine di porre in essere le necessarie procedure: in tal caso, la richiesta della banca potrebbe solo rispondere ad esigenze di maggior sicurezza.

Poiché però la prospettazione dei fatti descritta dal lettore appare differente – ossia che la banca richieda una specifica autorizzazione del giudice tutelare per l’attivazione del servizio di home banking con la nuova modalità -, in tal caso, come detto, la pretesa della banca non appare legittima.

Premesso che l’art. 424 c.c. dispone che “le disposizioni sulla tutela dei minori e quelle sulla curatela dei minori emancipati si applicano rispettivamente alla tutela degli interdetti ed alla curatela degli inabilitati”, le disposizioni di riferimento sono gli artt. 357 c.c. (“funzioni del tutore”) e 320 c.c. (“rappresentanza e amministrazione”, da parte dei genitori dei figli minori).
La rappresentanza attribuita ai genitori – così come quella attribuita al tutore, ovviamente – incontra sì alcuni limiti (artt. 323 e 378 c.c.), ma tra questi non sono ravvisabili quelli concernenti le modalità di accesso al servizio bancario; d’altra parte, l’interesse del tutelato è che il tutore non compia atti pregiudizievoli per il proprio patrimonio (che, paradossalmente, il tutore potrebbe porre in essere recandosi personalmente in banca, ma non attraverso il servizio home banking).

La pretesa della banca, tuttavia, non dev’essere un caso isolato, ove si consideri che con decreto 12.2.2014 il tribunale di Vercelli –pronunziandosi su fattispecie analoga, anche se riguardante un amministratore di sostegno, e non un tutore- ha ribadito che se il tribunale ha attribuito all’amministratore di sostegno “facoltà di gestione, movimentazione e informazione riguardanti conti e depositi intestati al beneficiario, non può non esservi logicamente ricompresa anche l’autorizzazione all’operatività dispositiva online, senza che occorra di volta in volta specifica autorizzazione”.

Il suggerimento che si può dare al lettore è dunque quello di provare ad insistere bonariamente con la banca; in caso contrario non resterebbe che ricorrere al giudice tutelare per le sue determinazioni; che naturalmente ben potrebbero anche indirizzarsi verso la disposizione al tutore di cambiare istituto di credito.
 



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