Da curatore fallimentare a business angel: dopo anni di carriera legata alle ristrutturazioni aziendali ha deciso che le aziende preferiva salvarle anziché liquidarle. Così Antonella Grassigli ha fondato Doorway, una piattaforma tecnologica di equity crowdfunding online riservata a smart investor in aziende che vogliono crescere di fatturato e di valore. “Una porta aperta agli innovatori” dichiara l’imprenditrice che ha partorito l’idea assieme ad altri tre soci, l’hanno finanziata con 200 mila euro e l’ha fatta partire all’inizio di quest’anno dopo il via libera della Consob e l’ok di Unipol Banca ad essere l’intermediario su cui transitano le somme investite.

“La piattaforma era già operativa ma dovevamo cercare le startup e gli investitori, creare il contatto”. Per accedere occorre un invito, Doorway opera una selezione in entrata degli investitori competenti e dotati di know how. “Vogliamo coinvolgere professionisti, imprenditori, manager, non soggetti che non sanno quello che stanno facendo. Si rischia di perdere soldi”.

Bolognese, classe 1967, Antonella Grassigli ha frequentato il liceo classico Minghetti, si è laureata in Economia e Commercio, l’alternativa era Medicina. “A me piace risolvere le cose, la teoria va bene solo se applicata a quel che faccio, dovevo trovare un modo per mettere in pratica i miei studi”. Sostenuta da buoni professori, ha trascorso sei mesi di Erasmus a Poitiers, alla Facoltà di Legge, dove ha superato tre esami, “ero una delle prime ad andare via, volevo andare in Francia per imparare la lingua”, e tre mesi a Leeds in Inghilterra. “Ho un po’ aperto la strada alle mie due sorelle più piccole”.

Per quasi vent’anni ha lavorato come commercialista in uno studio importante di Bologna, e quando la titolare è mancata lo ha rilevato per correttezza verso i suoi eredi, raggruppando altri giovani colleghi. “La professione ti consente di essere in qualche modo libera da orari, e non volevo averne perché nei limiti, mi piace essere padrona del mio tempo”. Ha avuto tre figlie, Alice, 19 anni e le gemelle Elena e Benedetta di 17, si è separata e risposata.

Il cambio di stagione per Antonella Grassigli è maturato nel 2014, a valle di una lunga attività di interventi per imprese in crisi, con risultati spesso soddisfacenti come quella della Paioli Meccanica, un’azienda storica bolognese che produceva componenti per le moto. “Il primo concordato in continuità di Bologna. Non era facile, è andata bene, la società è ancora adesso nella procedura concorsuale e sta adempiendo l’obbligo che era nella sua proposta”. Durante quella esperienza “ho capito cosa serviva per fare il contrario di un fallimento, come consulente di aziende che avevano dei problemi, quali sono stati gli errori e quali scelte deve fare l’imprenditore per risollevare le sorti della sua società”.

Su suggerimento di un vecchio amico, Grassigli partecipa a una delle riunioni di Iag, Italian angels for Growth, il più grande network di business angel in Italia con 208 protagonisti del mondo imprenditoriale, finanziario e industriale che investono tempo, competenze e capitali per la crescita delle startup innovative. Quasi subito ne diventa socia assieme a suo marito Marco Michelini. “All’inizio siamo rimasti impressionati dall’energia che sprigionava dal gruppo. Arrivi a questa assemblea dove giovani imprenditori fanno una loro presentazione ai soci, non la solita fine a sé stessa, bensì finalizzata a un vero e proprio investimento. E gli stakeholder che partecipano sono quelli che stanno cercando in che modo impegnare i loro capitali, in società effettivamente meritevoli, ma li vogliono aiutare mettendo in gioco anche competenza, connessioni, network. E vogliono capire se ha senso puntare su di loro. L’interesse che l’operazione vada a buon fine è comune. Le somme versate per ciascuno non sono inferiori a 10 mila euro, qualcuno è arrivato anche a 200 mila euro, e se venti, trenta, quaranta soggetti investono nella startup, insieme fanno massa critica affinché possa fare un balzo in avanti. Costituiscono una società che impiega i fondi nell’impresa di cui diventano soci.

“Lì ci si è aperto un mondo. Non conoscevamo angel investing, sistema di supporto all’imprenditoria che nasce o comunque innova. Per me è stato bellissimo. Proprio in quell’estate avevamo incontrato un imprenditore greco che voleva venire in Italia per un progetto di costumi da bagno e cercavamo il modo di aiutarlo”. La squadra che ha creduto nel progetto di Doorway, essa stessa una startup, partita da zero, schiera oltre Grassigli e suo marito, l’ingegnere Donato Montanari e Federica Lolli, legale, ex studente della London Business School, prima in Datalogic, adesso general counsel di LyondellBasell, tra i primi cinque gruppi del settore chimico del mondo.

In Iag tutte le operazioni sono off line, in via esclusiva, i non soci non hanno accesso a questa possibilità di investimento. Doorway, invece, viaggia sul web. “Con i miei partner abbiamo pensato di portare questo processo virtuoso on line, sfruttando il metodo dell’equity crowfunding, che ha una legislazione evoluta (la Consob è molto attenta) per dare la possibilità a più persone di accedere e far sì che un maggior numero di startup arrivino a diventare più grandi e più forti”.

Quanto tempo passa prima di ottenere un risultato? “L’investimento è in funzione della exit. Ci vogliono dai tre ai cinque anni. Ci sfiliamo quando la società viene acquisita da un soggetto più grande oppure viene quotata in borsa e noi vendiamo la nostra parte. Speriamo che la società in cui investiamo acquisisca valore, mi viene in mente Yoox acquisita da Prêt-à-porter. Io ho investito in quattro start up che vanno dal medicale al fashion, tecnologia e fintech. Non ho ancora avuto un risultato positivo”. Se i soldi tornano indietro quando la start up viene venduta, prima però c’è il vantaggio della detrazione fiscale, che per il 2019 è pari al 40 per cento dell’investimento stesso, sia che si investa come persona fisica che come persona giuridica. “È già un ritorno e così contribuisco all’economia reale. E poi si creano delle dinamiche meravigliose: in Vintag ha investito un manager di Yoox, 5mila euro, non la conosceva però si è appassionato. Si può creare una community di queste aziende, cresce anche il lato umano, non solo il denaro. Si è a contatto con un mondo nuovo e io ho imparato moltissimo”.

Doorway offre una corsia preferenziale alle aziende femminili, come risposta alla discriminazione di genere, in accordo con Angels for women, l’associazione formata da venti donne Business Angel che supporta startup e progetti al femminile. “La platea degli investitori è per l’80-85 per cento formata da uomini e questi sono più restii a mettere soldi in società gestite da donne. Può succedere che la startup si occupi di un problema legato al mondo femminile e allora l’imprenditrice deve essere molto brava a spiegare qual è il nodo che vuole risolvere, perché, se non lo capisci, non ci investi. Poi c’è un altro problema, è capitato un’infinità di volte: alla presentazione la donna è precisa, perfetta, spacca il capello, ma è prudente. E molto spesso invece quella di investire è una decisione di pancia, devi emozionare. Bisogna essere molto ambiziosi, far vedere che si spara alto”.

Grassigli e i suoi non fanno marketing spinto per attirare, mai toni aggressivi, “perché parliamo sempre di investimenti a rischio, si tratta di idee innovative, brevetti. Non siamo un incubatore, costituiamo un veicolo ad hoc, una sola società che raccoglie tutti gli investitori”. Usano degli esempi. “Se vuoi partecipare al mio evento mandami una mail, dimmi perché vuoi investire. Per policy aziendale facciamo prima una severa due diligence per verificare se l’azienda ha quello che dice di avere: il brevetto, gli utenti, i dipendenti, insomma una vera e proprio pmi che può accedere a capitali, massimo 50 milioni di fatturato secondo il regolamento Consob. Le prime tre presentate da soggetti di cui ci fidavamo, e finanziate, Vintag, Garanteasy e My secret case sono tutte cofondate da donne e uomini, da coppie, e di ciò sono molto contenta. Nelle campagne fatte nel giro di otto settimane, dall’8 maggio al 25 luglio, sono stati raccolti 500 mila euro, erano donne il 30 per cento degli investitori e il 50 per cento non aveva mai puntato su una startup. Abbiamo aperto un mercato di investimento alternativo”.

Ora Grassigli ne ha altre due in cantiere, una in partnership con Iag, in un coinvestimento, una medicale e una di lingerie, Chité. “Le stiamo chiudendo adesso e posso già dire che è avviata bene: alla fine avremo raccolto un milione e trecentomila euro. Quello che consigliamo a chi mette i soldi è la diversificazione. Il fatturato di Doorway è la commissione che prendiamo sugli investimenti riusciti. Se le startup prendono 500 mila euro, noi abbiamo una percentuale dell’8 per cento sulla raccolta. Se però la start up è femminile o ha un impatto sociale, riduciamo al 6 per cento”.

Le previsioni per l’anno prossimo sono di aumentare la raccolta. “Ci vorremmo posizionare con poche campagne, sempre tre o quattro, per dare agli investitori la possibilità di scegliere con cura, ma dal milione di euro in su, potenza di fuoco per crescere bene e diventare sempre più credibili”. Il riparo dai rischi, a parte tutte le cause esogene di fallimento, è un cruscotto di controllo di gestione sviluppato con Horsa, società italiana di business intelligente, che progetta, implementa e governa soluzioni destinate alle imprese. Per contratto la startup se ne deve dotare, Doorway la offre gratis a patto che inserisca i dati post raccolta che vengono trasferiti sulla sua piattaforma. “Cosi l’investitore ogni tre mesi vede che cosa la società sta facendo con i suoi soldi, l’andamento, se cresce oppure no. Per noi è fondamentale. È un seguire che garantiamo per almeno tre anni, un processo che passa per la validazione della startup, l’investimento e il post investimento. Se vuole altri soldi sono a un bivio: se glieli do aumenta il rischio, se non glieli do rischia di fallire. Allora molti preferiscono la seconda soluzione, ma c’è bisogno di dati economico-finanziari, non ci si può fidare di quel che dice l’imprenditore. Invece la cosa fondamentale è avere dati standardizzati e quindi comparabili”.

È un mercato che ha bisogno di persone serie, professionali e trasparenti e deve avvalersi di advisor indipendenti. “È diventata la mia attività principale, la porto avanti, faccio tutto quello che serve, dirigo e gestisco il funzionamento, disegno la strategia, cerco di capire quello che è il meglio. Il lavoro mi occupa 24 ore al giorno. Le mie figlie l’hanno capito. Dicono che faccio bene, sono curiose, ed è anche interessante da raccontare. Loro sono le prime, spero come madre di non aver fatto disastri. Sono brave, se la cavano da sole”.

Una sede a Bologna e una a Milano. “Metà qui e metà su. E poi sono in giro, investor day a Bolzano, a Roma, a Padova, dobbiamo fare evangelizzazione, raccontare, spiegare. Le Confindustrie a parole sono tutte molto interessate ma alla fine si fa fatica a stringere, hanno processi decisionali lunghi. Meglio con i privati: Manageritalia, Your Group, studi legali come Dws, Curtis, Portolano Cavallo”. I competitors non mancano: Mamacrowd, 200Crowd e poi Crowdfundme, le tre principali, “ma con un modello diverso, sono completamente aperte, si può investire in modo libero. Chiunque può farlo, se vuoi mettere 100 euro ce li metti. Non ci sono ostacoli. Io voglio tenere più alta l’asticella”.

Ora in Doorway sono entrate nuove socie come Renate Koonig di Merano e Angela Montanari, commercialista. “L’esperienza di professionista e di imprenditrice adesso mi ha portato a vedere che c’è bisogno di role model. Siamo riuscite a coinvolgere tante donne, donne super che però tengono un basso profilo, ma riuscire a farle venire fuori è un vantaggio per tutto il sistema. Che l’innovazione vada avanti solo col mondo maschile non va bene”. Ad Antonella Grassigli piace molto leggere,   camminare, muoversi in bicicletta, cenare con gli amici, a casa o fuori, andare al cinema. “Le figlie stanno per i fatti loro. Andiamo una settimana a sciare, quella non ce la toglie nessuno”.

Un’avventura, una sfida, un percorso. “Chiamiamola come si vuole. Sono molto contenta, sarei una folle a non aver paura di nessuno, faccio qualcosa per gli altri, lavorare con marito e amici è bello. Io l’ho scelto a 47 anni. Il desiderio era di impegnarsi in qualcosa di imprenditoriale. Mi sono separata 15 anni fa, con tre figlie piccole, c’è stata una maggiore consapevolezza nel secondo matrimonio”.

La concretezza rimane uno dei suoi valori base. “Prima ero una consulente, qui faccio da sola. Per l’azienda ho grandi ambizioni per creare qualcosa che rimanga. Quello che vorrei che si realizzasse è riuscire a spostare un po’ di denaro che di per sé non genera ricchezza, in iniziative che crescono. I risparmi se rimangono sul conto corrente non contribuiscono a far aumentare il capitale. Non c’è cosa più bella di vedere un’azienda che prospera, dà posti di lavoro, fa sviluppare l’indotto. Il nostro portale è già in inglese, ma per adesso non c’è spazio per investitori stranieri, il regolamento Consob non lo consente. Nel 2021 questo mercato dovrebbe essere aperto all’Europa. Sarà interessante vedere quanti stranieri investono su startup italiane e quante straniere riescono a raccogliere capitali italiani. Ci sarà una patente europea alla piattaforma, aumenterà la competizione, ma il made in Italy va forte. Un partner a Londra ci ha detto che le aziende italiane hanno buona fama di innovazione, è la complessità dell’investimento che viene vista come deterrente. Basterebbe snellire le procedure. Abbiamo un tessuto imprenditoriale incredibile, ma la burocrazia ci uccide, qualunque italiano che vada all’estero dice che fuori è cento volte più facile”.

Ne’ beneficienza ne’ speculazione finanziaria. Grinta e visione allargata. Col rischio anche di fallire. Per Grassigli è un discorso di solidarietà tra generazioni. “Se non ti metti in gioco non fai mai niente. Noi proviamo, con cautela, ma del resto: se non ora quando? Inutile dire che lo Stato deve fare: prima di tutto tocca a noi 50enni che abbiamo avuto tanto, siamo stati più fortunati, lasciare alle generazioni successive una situazione migliore, e provare a restituire un poco di quello che abbiamo ricevuto”.



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