WASHINGTON – La corruzione pesa come un macigno sull’economia internazionale. L’allarme viene da uno studio del Fondo monetario internazionale diffuso in occasione degli Spring Meetings, che calcola in 1.500 miliardi di dollari all’anno il costo di tangenti e mazzette sull’economia del pianeta. “La corruzione – ha detto la segretaria generale dell’Fmi, Christine Lagarde – ha un alto costo sui bilanci degli Stati, provoca una perdita nelle entrate e una bassa qualità della spesa pubblica”. Ma non solo: “Le nostre nuove analisi – ha aggiunto la Lagarde – dicono che la corruzione riduce la crescita e aumenta le diseguaglianze”.

Le stime econometriche del rapporto dell’Fmi confermano con basi scientifiche quello che movimenti civili e magistrature contabili sostengono da tempo: ovvero che la corruzione frena la crescita. “La percezione di un controllo della corruzione è correlata positivamente con il Pil procapite”, spiega il rapporto dell’Fmi.

Nei paesi dove la lotta alla corruzione e la legislazione anti-tangenti è più avanzata, crescono anche le entrate fiscali, per effetto della maggiore crescita del Pil e del comportamento più corretto dei contribuenti. Le cifre dll’Fmi danno una rappresentazione evidente di questo fenomeno: se si confronta il 25 per cento dei paesi più industrializzati in testa alla classifica per maggiore lotta alla corruzione con il 25 per cento delle nazioni più afflitte dalle malversazioni, la differenza delle entrate fiscali è pari al 4,5 per cento del Pil. Su base globale significa che, per colpa di tangenti e mazzette, gli Stati perdono 1.000 miliardi di dollari di entrate fiscali, circa l’1,2 per cento del Pil globale.

Le perdite degli Stati per via delle pratiche corrutive sfociano nei mille rivoli che il rapporto dell’Fmi passa al raggi x. Ad esempio un’analisi basata su cinque importanti settori economici nei maggiori stati dell’Unione europea rivela che dove c’è il sospetto di corruzione le predite per lo Stato per ogni singolo appalto o acquisto possono andare dal 7 al 43 per cento.

Naturalmente le industrie di Stato sono particolarmente nel mirino. Il rapporto rivela che il 42 per cento delle imprese pubbliche dell’area Ocse ha ammesso di essere incappata in pratiche di corruzione negli ultimi tre anni. Fa clamore inoltre, come dice il rapporto, che l’80 per cento delle tangenti internazionali vadano regolarmente a funzionari delle industrie di Stato: fenomeno che sembra soprattutto colpire le industrie petrolifere e minerarie.

L’Fmi che definisce la corruzione come “abuso del pubblico ufficio per guadagni privati”, fornisce anche una interessante classificazione sociologica dei fenomeni corruttivi. In testa alla casistica c’è il semplice “pagamento di mazzette” per eludere il controlli fiscali o ottenere privilegi nei servizi pubblici. Al secondo posto sta la “frode” da parte di funzionari pubblici che si appropriano di fondi o materiali pubblici oppure utilizzano la propria posizione per sviluppare e sostenere un lavoro privato parallelo. Al terzo posto ci sono i classici nepotismo e clientelismo: favori a familiari o gruppi di appartenenza. Al quarto il conflitto d’interessi, quando un pubblico ufficiale trae favori o benefici personali dalle decisioni del governo sulle quali ha lavorato ed esercitato la propria influenza. Infine la corruzione delle corruzioni che l’Fmi definisce “cleptocrazia”: è la “forma estrema” di corruzione dove lo Stato viene gestito al solo scopo di massimizzare la ricchezza dei propri leader.

E l’Italia? L’Fmi non fa classifiche e non entra nelle dinamiche dei vari paesi (tranne citare i difficili progressi di Georgia, Liberia, Estonia e Rwanda) ma la Penisola non poteva mancare in una tale rassegna. Compare due volte: per un aspetto positivo e uno negativo. Quello positivo è l’introduzione della Consip, la centrale per gli acquisti di Stato che ha ridotto gli sprechi. Ma insieme a Grecia, Portogallo e Spagna siamo tra i paesi che hanno un sistema di appalti ritenuto ancora insoddisfacente.

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