QUALE momento migliore per annunciare le proprie strategie di riduzione delle emissioni che il Climate Action Summit dell’Onu in corso durante la 74esima Assemblea generale a New York? Nessuno. Non è un caso che parecchi brand abbiano scelto proprio questi giorni per annunciare le novità in questo settore. Piccole e grandi. L’ultima è stata Sony, che ha lanciato la collaborazione con l’organizzazione Playing for the Planet Initiative delle Nazioni Unite: fra le tante proposte ce n’è una che tocca la PlayStation 5, il prossimo modello della consolle dei record atteso per l’autunno del prossimo anno. A quanto pare la modalità standby attraverso la quale si possono sospendere le sessioni di gioco “succhierà” meno energia rispetto alla versione precedente.
 
Sony Interactive Entertainment ha ricordato per bocca del presidente e Ceo Jim Ryan di aver già fatto molto su PS4 utilizzando soluzioni efficienti: “Stimiamo che le emissioni di carbonio che abbiamo evitato finora ammontino a quasi 16 milioni di tonnellate e nei prossimi dieci anni diventeranno 29 milioni, cifra che equivale alle emissioni di CO2 della Danimarca nel 2017″. Poi, appunto, l’annuncio per la PS5 con le partite che potranno essere sospese con un dispendio energetico molto più basso rispetto alla precedente, circa 0,5W: “Se solo un milione di utenti abilitasse questa funzione, si risparmierebbe l’equivalente dell’utilizzo medio di elettricità di mille case statunitensi”. In termini tecnici si deve alla nuova architettura “System-on-a-chip” che integra un tutti i componenti in un unico substrato e una modalità “energy saving”, la Suspend-to-Ram. L’impegno per rendere più leggeri i data center e i servizi farà il resto.
 
Se alcuni colossi sono impegnati da tempo sul tema – tutti i prodotti di Apple sono per esempio privi di una lunga lista di componenti inquinanti e alcuni realizzati al 100% con alluminio riciclato, come i nuovi MacBook Air, mac Mini o Apple Watch Serie 5 – altri hanno scelto queste settimane di mobilitazione internazionale per darsi obiettivi più chiari. È per esempio il caso di Amazon: il Ceo e fondatore Jeff Bezos ha da poco confermato l’impegno a raggiungere i risultati fissati dalla Cop21 di Parigi con dieci anni di anticipo, nel 2040 anziché 2050. Mentre entro il 2024 l’80% dell’energia utilizzata dallo sterminato ecosistema del “negozio del mondo” dovrà arrivare da fonti rinnovabili, per toccare il 100% sei anni più tardi. Così, tanto per cominciare, il gruppo ha pianificato l’acquisto di 100mila veicoli elettrici dal produttore Rivian in un investimento che si aggiunge ai 440 milioni di dollari già scommessi sulla società all’inizio dell’anno. I primi van per le consegne “green” arriveranno nel 2021, 10mila nel 2024 e la fornitura si completerà nel 2030. Fra le altre cose il gruppo di Seattle ha anche annunciato un progetto da 100 milioni di dollari con l’organizzazione Nature Conservancy. L’obiettivo è trainare gli altri giganti ma anche le realtà intermedie: “Se una società con tante infrastrutture fisiche come Amazon, che consegna più di 10 miliardi di oggetti all’anno, può raggiungere gli obiettivi di Parigi con dieci anni di anticipo, allora ogni compagnia può farlo – ha spiegato Bezos pochi giorni fa – ho parlato con diversi altri Ceo di compagnie globali e ho trovato molto interesse in questo traguardo”.
 
Stessa musica dalle parti di Google, dove pure l’attenzione all’ambiente è stata sempre elevata. Sempre alla vigilia del Global Climate Strike Mountain View ha annunciato l’intenzione di investire nell’immediato più di 2 miliardi di dollari in fonti rinnovabili fra Stati Uniti, Europa e Sudamerica in un maxiacquisto da 1.600 Megawatt fra solare ed eolico distribuiti in 18 nuovi accordi che porterà l’azienda ad alimentarsi al 40% da fonti pulite: “Negli scorsi anni abbiamo lavorato duro per ridurre il peso ambientale delle nostre operazioni, abbiamo costruito prodotti tenendo le persone e il pianete bene in testa e guidato il cambiamento nella nostra catena di approvvigionamento” ha detto il Ceo Sundar Pichai. Così, Big G raddoppierà l’impegno nel solare con nuovi impianti in Carolina del Nord e del Sud e in Texas, tecnologie ibride fra vento e sole in Cile e anche in Europa. Nel corso di una visita in Finlandia Pichai ha infatti aggiunto come quasi la metà di quella capacità acquistata half (793 MW) proverrà da impianti collocati nel Vecchio continente, fra Scandinavia e Belgio. Tuttavia oltre 1.600 dipendenti hanno contemporaneamente criticato la loro azienda perché non racconterebbe tutta la storia, specialmente rispetto alle enormi necessità energetiche dei data center e al sostegno economico ad alcuni deputati che al Congresso Usa hanno votato contro nuove leggi per la tutela dell’ambiente. Gli accordi siglati “daranno anche inizio alla costruzione di nuove infrastrutture energetiche per oltre 2 miliardi di dollari, con milioni di pannelli solari e centinaia di turbine eoliche nei tre continenti” ha tuttavia risposto Pichai.
 
Facebook si era invece mossa lo scorso anno, annunciando nel corso dell’estate 2018 l’obiettivo forse più ambizioso di tutti: alimentare ogni attività con energie rinnovabili e ridurre le emissioni di gas serra del 75% entro il 2020. Vedremo fra qualche mese a che punto sarà il bilancio energetico (qui c’è perfino la mappa dei data center) anche se i precedenti lasciano ben sperare: nel 2015 Menlo Park lanciò infatti la sfida di coprire il fabbisogno delle sue “facilities”, dunque non dei data center ma di sedi e uffici, con fonti rinnovabili entro il 2018 e arrivò al traguardo con un anno di anticipo. Sempre allo scorso anno risale invece il piano dei sudcoreani di Samsung: nel giugno del 2018 il produttore aveva infatti annunciato di voler convertire gli impianti in Europa, Stati Uniti e Cina al 100% rinnovabile entro il 2020. Per quest’anno, dopo l’installazione di 42mila mq di impianti solari nella quartier generale di Suwon, è per esempio attesa l’inaugurazione di altri 21mila mq nei campus di Pyeongtaek e Hwaseong.
 
Apple, che come detto è da sempre in testa a questo tipo di operazioni – pubblica ogni anno un rapporto dedicato battezzato Environmental responsibility report, qui l’ultima edizione relativa all’anno fiscale 2018 – punta molto anche sulla progettazione dei prodotti e sulla riduzione nell’estrazione delle materie prime. Qualche esempio? Non solo Cupertino ha inventato una nuova lega di alluminio ma le saldature della scheda logica principale di iPhone sono fatte solo con stagno riciclato, consentendo un risparmio estrattivo di 29mila tonnellate nel corso dell’anno; più di 40 componenti di iPhone XS, iPhone XS Max e iPhone XR contengono plastica riciclata e il 100% delle fibre di legno usate per gli imballaggi proviene da materiali riciclati o da foreste a gestione sostenibile. In termini di consumi, rispetto al 2008 i prodotti della Mela consumano il 70% di energia in meno. Quanto alle fonti rinnovabili per i suoi impianti il gruppo guidato da Tim Cook è in testa dal 2018: lo scorso anno ha annunciato che tutte le sue strutture nel mondo (negozi, uffici, data center, struttura in colocazione in 43 Paesi) sono alimentate al 100% – l’azienda conta oltre 25 impianti di produzione di energia rinnovabile in tutto il mondo – e che molti altri fornitori si sono impegnati a utilizzare esclusivamente energia pulita per la produzione destinata ad Apple.
 
 
 
 
 

 
 


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Carlo Verdelli
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