L’economia Usa ha ripreso a macinare assunzioni (224 mila a giugno), dimostrando ai molti scettici che segnali di rallentamento, almeno per ora, non se ne vedono. Merito di Trump? Pare di no. Anzi, il grande esperimento fiscale voluto dal presidente è una delle ombre che si proiettano sullo sviluppo americano, dicono i verdetti che, dopo un anno e mezzo, cominciano ad arrivare. Sono giudizi preoccupati, da JpMorgan a Morgan Stanley, dal servizio di ricerca del Congresso a Moody’s. La riforma, a quanto pare, costa molto, produce poco e i soldi o li nasconde o li mette nelle tasche sbagliate, a conferma di quanto siano difficili le rivoluzioni fiscali.
Il nocciolo dell’unica grande legge che Trump sia – finora – riuscito a varare è un taglio delle imposte sui profitti aziendali dal 35 al 21 per cento. Poche aziende pagavano effettivamente il 35 per cento, ma gli effetti sono stati comunque vistosi: nell’ultimo trimestre 2017, il Tesoro ha incassato, sui profitti aziendali, 264 miliardi di dollari. Nel primo trimestre 2018, a riforma approvata, poco più della metà: 146 miliardi. In dieci anni, questo gettito mancato – calcola il servizio studi del Congresso – appesantirà il debito pubblico del Tesoro di una cifra enorme: 1.800 miliardi di dollari, quanto il Pil di un paese come l’Italia. In cambio, cosa ne ricavano gli americani?

L’idea – cara a Trump, come a molti populisti – che i tagli di tasse si paghino da soli, grazie allo sviluppo economico che generano, viene rapidamente liquidata dagli economisti del Congresso. Per chiudere il buco aperto nelle casse del fisco, l’economia americana dovrebbe crescere ad un poco credibile ritmo cinese: 6,7 per cento. Siamo ben sotto alla metà, anche se, rispetto all’Europa, il tasso di sviluppo del Pil americano, al 2,9 per cento, appare assai rispettabile. Ma quanto di quel 2,9 per cento può essere attribuito al generoso taglio di Trump? Non più di un decimo, dice il servizio studi del Congresso: 0,3 per cento. Come mai così poco?
Per rispondere, bisogna prima rispondere ad un’altra domanda: dove sono finiti i soldi? Trump aveva promesso che il taglio delle tasse avrebbe reso più ricco (in media 4 mila dollari l’anno, diceva il presidente) l’americano medio e avrebbe creato un fiume di investimenti. Vediamo. Rispetto al giugno dell’anno scorso, i salari (esclusi quelli dei manager) sono cresciuti, al netto dell’inflazione, dello 0,7 per cento. Un risultato deludente, dicono gli economisti del Congresso, con l’economia che tira dal 2010, la disoccupazione ormai scomparsa e anni di ristagno salariale. Di fatto, del lungo boom americano, i lavoratori continuano a non veder nulla. Negli ultimi cinque anni i salari sono cresciuti dell’8,1 per cento, l’inflazione dell’8,01. La bonanza fiscale regalata 18 mesi fa da Trump alle imprese non ha spostato neanche gli spiccioli. Si era vagheggiato di una sorta di bonus in busta paga, con cui le imprese avrebbero girato ai dipendenti parte dei risparmi fiscali. In media, come bonus postfiscale, ogni lavoratore americano ha avuto in tutto 28 dollari.

Gli investimenti, allora? Morgan Stanley segnala che, nei primi mesi dopo la riforma, hanno avuto uno slancio, ma, poi, si sono fermati. Nel primo trimestre del 2019, registra Bloomberg, sono cresciuti al ritmo annuale del 2,7 per cento, cioè a metà della media degli ultimi dieci anni. Né salari, né investimenti, insomma. La verità è che la bonanza fiscale è stata utilizzata dalle aziende nel modo più improduttivo: ricomprando le proprie azioni. Moody’s segnala che le aziende stanno spendendo in “buybacks”, più di quanto prima spendessero in tasse. Sono cifre record. Nel 2018, le aziende Usa hanno speso poco più di 600 miliardi di dollari in Ricerca&Sviluppo, ma oltre 800 tesaurizzando il capitale. JPMorgan spiega che, quest’anno, la spesa in R&S resterà più o meno uguale, ma quella in buybacks esploderà oltre i mille miliardi di dollari.

Ricomprare le proprie azioni non muove l’economia. E’ soltanto un regalo agli azionisti. Quello cui stiamo assistendo è, insomma, un gigantesco trasferimento di ricchezza: dal Tesoro, che rinuncia alle tasse, al 10 per cento di americani che possiede l’84 per cento delle azioni in circolazione.



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