Uno spreco alimentare e un costo per le imprese che, inevitabilmente, viene scaricato sul consumatore. È sotto attacco la legge che, nel 2004, stabilì la scadenza del latte fresco a sei giorni dalla data del trattamento termico. Tutto questo mentre, in Europa, è il singolo produttore a decidere la data di scadenza, in base ai processi industriali e al sistema di confezionamento. Con le tecnologie attuali il latte potrebbe restare sugli scaffali anche per 8 giorni, il 33% in più, in assoluta sicurezza.

Oggi la legge 204/2004, voluta dall’allora ministro per le Politiche Agricole Gianni Alemanno, potrebbe costare all’Italia una procedura di infrazione europea. Perché nel frattempo l’Europa si è dotata di nuove regole che l’hanno superata. Il regolamento 1169, che l’Italia ha recepito con il decreto legislativo 231/2017 non prevede infatti che i Paesi possano fissare la scadenza del latte a proprio piacimento e sottolinea che gli Stati membri non possono “né adottare né mantenere norme” che vadano in direzione opposta a quella comunitaria. In realtà una possibilità ci sarebbe: notificare alla Commissione la legge in questione perché la studi ed eventualmente la autorizzi, chieda di modificarla o di abrogarla.

“L’Italia però non ha mai notificato la sua norma. Ho fatto presente tutto questo alla Commissione Europea senza mai ottenere risposta e ora, dopo averla messa in mora, potrò adire i giudici di Lussemburgo per ottenere la condanna della Commissione a eseguire i propri doveri” spiega Dario Dongo, avvocato esperto di diritto alimentare e fondatore del sito di informazione di settore Great Italian Food Trade. “Questa legge sottrae al mercato immense quantità di latte sicuro e di qualità. Uno spreco che oggi non possiamo più accettare”. L’esperto sottolinea che, nel 2004, “il limite di sei giorni poteva essere comprensibile, ma in 15 anni la tecnologia ha fatto passi da gigante e quella legge è superata dai fatti”.

Lo conferma Antonio Sorice, presidente della società italiana di medicina veterinaria preventiva (i veterinari svolgono un ruolo fondamentale nei controlli di sicurezza di tutti gli alimenti di origine animale, latte compreso): “Oggi i trattamenti termici sono più evoluti e non ci sarebbero problemi ad estendere la scadenza anche a 8 giorni. Due giorni in più sugli scaffali non sono un’inezia: quelle 48 ore eviterebbero di sprecare moltissimo latte. La mia speranza – continua Sorice – è che possa partire un tavolo tra tutti i ministeri competenti per superare questa legge”.
Ne va anche delle tasche dei consumatori. Perché i produttori di latte, nello stabilire il prezzo di una bottiglia, considerano anche gli inevitabili costi di reso. Costi che siamo tutti noi a pagare. “Prima che scada, i produttori devono riprendersi le bottiglie e trasportarle da qualche altra parte. Spesso quel latte viene usato per la zootecnia: le confezioni vengono quindi aperte e il costoso packaging, pensato per il consumo umano, viene così sprecato” spiega ancora Dongo.

“Abbiamo sempre pensato che è la qualità, e non la data di scadenza, il valore aggiunto del latte fresco” dice Franca Braga, responsabile alimentazione e salute di Altroconsumo. “Se un’azienda riesce a produrre un latte che, all’ottavo giorno, è ancora in perfette condizioni, è giusto che possa metterlo sul mercato. Oltretutto nel 2019 la consapevolezza dei consumatori verso lo spreco di cibo e di risorse è molto aumentata: pensiamo che i tempi per un cambiamento siano ormai maturi”.

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