ROMA – A qualcuno sta già venendo il mal di testa. Trovano sconfortante la prospettiva di dove affrontare mesi di scontro online fra la Bestia di Matteo Salvini contro la Casaleggio Associati del Movimento 5 Stelle. Ma non saremo soli. Con le presidenziali statunitensi del 2020, anche dall’altra parte dell’Oceano si stanno preparando e hanno intenzione di andar ben oltre la semplice propaganda politica. Su quel terreno sta lavorando Brad Parscale, braccio destro di Donald Trump sull’online (che nel 2016 si avvalse delle collaborazione con Cambridge Analytica), e con lui lo stesso presidente degli Stati Uniti.

Ma rispetto alla tornata precedente, la Casa Bianca stavolta avrebbe in mano un nuovo progetto che mira ben più in alto. Intende regolare i social media rei, secondo Trump, di privilegiare i contenuti vicini ai democratici. Li ha chiamati “terribili pregiudizi” anche se di prove non ne ha mai fornite. Stando a quanto riportato da alcune testate, da Cnn a Politico e The Verge, vorrebbe dare alla Federal Communications Commission (Fcc) il compito di stilare le nuove norme. La Fcc guidata da Ajit Varadaraj Pai, voluto da Obama e riconfermato da Trump, dovrà tentare di rendere queste nuove norme compatibili con l’attuale ordinamento. Non è un’opera semplice.

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L’ostacolo maggiore è nel comma 230 del Communications Decency Act che garantisce l’impunibilità delle piattaforme in base ai contenuti di terzi. Il principio è che una libreria non è responsabile di quanto scritto in ogni singola pagina dei libri che vende e questo vale anche per piattaforme online come Facebook o Wikipedia. Non significa ovviamente che Twitter, YouTube e gli altri non applicano una moderazione, lo fanno sempre più spesso, solo che nessuno finora ha imposto regole dall’alto. Ogni piattaforma ha le sue norme e gli utenti le sottoscrivono quando aprono un profilo. Alcuni di questi però fanno eccezione, i politici in primis, godendo di una certa immunità in virtù della loro funzione pubblica.    

Mark Zuckerberg a fine marzo aveva apertamente chiesto a governi e istituzioni “nuove regole per proteggere il Web dai contenuti pericolosi”, cercando di fatto una sponda dopo i tanti scandali in fatto di violazione della privacy e il ruolo sociale e politico che il social network ha avuto durante le ultime elezioni. Probabile però non pensasse che Donald Trump, in questo agosto politicamente così caldo, lo avrebbe preso in parola. Prendendo la palla al balzo dopo le recenti stragi suprematiste in Texas ad El Paso e in Ohio a Dayton, il presidente è tornato sull’argomento sostenendo che le piattaforme online dovrebbero “sviluppare strumenti capaci di scovare gli stragisti prima che colpiscano”. Significa volerle mettere sotto controllo sia sul piano delle opinioni espresse dai loro utenti sia su quello della sicurezza. Termine, quest’ultimo, molto vago e quindi interpretabile a piacimento.
 
L’Fbi si è già mossa, chiedendo accesso ai dati di Facebook per individuare “possibili minacce per gli Usa”, in aperta contraddizione con l’accordo sulla privacy raggiunto con le stesse autorità americane nell’ambito del maxi patteggiamento costato a Facebook cinque miliardi di dollari per i dati sugli elettori usati da Cambridge Analytica.
 
Già, i dati. Nessuno sa come sono stati usati ad esempio quelli raccolti con il concorso online “Vinci Salvini”. Solo che SistemaIntranet di Luca Morisi, la mente dietro La Bestia, non butta mai via nulla. E lo stesso fa la Casaleggio Associati. E poi c’è l’assenza di trasparenza sugli algoritmi usati da Facebook. Dopo lo scandalo di Cambridge Analytica le ricerche accademiche sono state sostanzialmente bloccate, sottoposte al vaglio di un gruppo di esperti che fa capo al progetto Social Science One nato un anno fa.

L’operazione che Donald Trump starebbe mettendo in piedi potrebbe quindi trovare terreno fertile appellandosi alla poca chiarezza su come viene moderato quel che accede sui social network. E non si mira solo a Facebook, in ballo c’è fra gli altri anche YouTube, Twitter e le ricerche su Google. “Se si sviluppano tecnologie in grado di cambiare il mondo, bisogna sapere che prima o poi il mondo tenterà di mettere delle regole”, disse a questo giornale qualche mese fa Brad Smith, presidente della Microsoft. Ironia della sorte, nel silenzio di tutti gli altri, intende farlo uno dei politici che ha infranto più spesso le stesse regole dei social network con i suoi commenti sopra le righe.     

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Carlo Verdelli
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