Un esame sbagliato all’università, un altro inaspettatamente brillante. Questione di sliding doors per Irene Vecchione. Napoletana, 46 anni, amministratrice delegata di Tack Tmi Italia, nuovo brand globale del learning & development di Gi Group, la multinazionale italiana del lavoro che lo ha acquisito nel 2016 e ha 2,3 miliardi di euro 2018 di giro d’affari globale. Nel mondo del lavoro interinale, Vecchione ha cominciato da Adecco, aprendo a Napoli, nel 1997, la prima agenzia nel Sud Italia.

Aveva inseguito la sua passione per le lingue straniere andando a studiare a Londra per qualche anno e poi tentando di iscriversi alla scuola di interpretariato a Trieste, l’unica in Italia. A scoraggiarla è stata in particolare la madre. Pasqualina Caligiuri, insegnante di lingue, che la spingeva verso un traguardo più ambizioso. “Temeva che se non fossi riuscita ad entrare a Trieste, l’Istituto Orientale di Napoli, come seconda scelta, non mi avrebbe dato le stesse chance e sarei finita nel girone infernale del precariato”.

Avrebbe voluto dedicarsi al Diritto internazionale durante il corso di laurea in Giurisprudenza alla Federico II, facoltà scelta un po’ a malincuore, per assecondare i consigli del padre Elio, laureato in legge e professore di diritto e di economia e in omaggio a una tradizione di giuristi in famiglia. L’alternativa era Economia. Se l’esame fosse andato bene come sperava, avrebbe chiesto la tesi in Diritto internazionale. Invece il voto più alto è arrivato con la prova di Diritto del lavoro ed è stato questo a decidere la materia della tesi. “Il professor Mario Rusciano, mio relatore, mi mise subito alla prova con un elaborato sperimentale di Diritto comparato con legislazioni di altri paesi, per il quale consultavo testi in lingua straniera.

All’epoca, nel 1996, non c’era in Italia la legge sul lavoro interinale. Un anno dopo, nel luglio del 1997, è stato pubblicato il pacchetto Treu che ha cambiato le regole del settore. Io mi ero laureata a marzo, con perfetto tempismo. Una settimana dopo ero in aula a Roma per seguire un master in gestione risorse umane e poi per uno stage in Campania presso un’azienda della grande distribuzione del gruppo Mida”.

L’obiettivo di Irene Vecchione a quel punto era mettere a frutto le competenze acquisite. Dopo l’estate, scorrendo gli annunci pubblicati sui quotidiani da parte di agenzie del lavoro che stavano sbarcando in Italia, spedisce tre curriculum. Passato poco più di una settimana arriva una telefonata di Adecco, un’agenzia multinazionale svizzera di selezione del personale. “Ottenni subito un contratto di formazione lavoro, quello che era allora l’apprendistato, in Spagna, a Barcellona. Colsi al volo l’occasione, era tutto da costruire, una vera e propria startup”.

L’incarico era aprire una filiale Adecco a Napoli, trovare un ufficio fronte strada, novità assoluta per il territorio, e gestire la selezione del personale che cominciava dal compilare una scheda con modalità del tutto originali. “È stata un’esperienza incredibile, una vera palestra. Subito dopo mi hanno dato incarico di aprire nuove filiali in Campania, Basilicata, Molise e Puglia. Ne ho inaugurate una ventina, con ricerca del personale e formazione”.

Nel frattempo, con la sua specializzazione in Diritto del lavoro e relazioni industriali, Vecchione affrontava anche il tema delle nuove forme di occupazione applicate alla pubblica amministrazione. Nel 2001 infatti il pacchetto Treu allargava i suoi confini e prevedeva un fondo privato, controllato dal ministero del Lavoro, per la formazione e il sostegno al reddito dei lavoratori che, cambiata la terminologia, adesso erano definiti ‘in somministrazione’. Nasceva Forma.Temp, ente bilaterale paritetico, tra le agenzie per il lavoro e i sindacati.

Per Irene Vecchione in Adecco si presenta un bivio: diventare country manager in Austria o avviare un’altra startup in Italia. La morte improvvisa di suo padre le impedisce di andare all’estero. “Per me comincia un nuovo giro di apertura di filiali, formazione, un’altra linea di business e di attività”. Nel 2005 vengono istituiti i fondi interprofessionali, destinatari dei corsi di aggiornamento non sono più soltanto i somministrati ma i dipendenti diretti delle imprese. Adecco fornisce servizi alle aziende per accedere ai fondi. La manager era responsabile di questo comparto, “gestivo circa 30 milioni di euro”. Nel 2007 la società svizzera lancia anche il filone di formazione manageriale, “ma a quel punto avevo voglia di sperimentarmi in qualcosa di nuovo e di diverso, volevo crescere e farlo fuori dal gruppo. Puntavo al campo della consulenza organizzativa che poteva essere un valore aggiunto”.

L’ambizione di mettersi in proprio anche a costo di fare il classico salto nel buio. Vecchione lascia Adecco e nel 2008 fonda My talent team, un’azienda soltanto sua, senza soci ma “con collaboratori di grande valore. L’ennesima startup, sicuramente molto più sfidante, una piccola impresa, sempre basata sulla formazione dei dipendenti delle imprese, che girava su logiche diverse”.

My talent team si incardina bene, pur attraversando le immancabili difficoltà. “La prima volta che ho dovuto versare l’Iva, per me questa sconosciuta, è stato abbastanza traumatico. Ho scoperto un mondo nuovo, gestire un’impresa a 360 gradi, presidiare il conto economico non erano attività banali”. Nel giro di un anno e mezzo l’azienda di Vecchione già fattura un milione di euro, nel 2013 nei suoi uffici sono al lavoro otto persone. Ed è allora che riceve una nuova proposta: le offrono il ruolo di direttore generale del fondo Forma.Temp rimasto scoperto. Un incarico temporaneo di tre anni, di dirigente, di prestigio. “Ho ceduto le cariche di amministratore della mia società e mi sono buttata a capofitto nell’impresa, lasciando My talent team in mano ai collaboratori cresciuti con me, che l’hanno portata avanti egregiamente”.

In Forma.Temp. Vecchione aveva il compito di fare da ponte tra le due parti contrapposte, creare un equilibrio in un periodo particolare: era stato rinnovato il contratto collettivo dei lavoratori in somministrazione che conteneva elementi di novità importanti, con un accesa discussione sulla natura dei fondi interprofessionali.

Passati quasi tre anni, vicina alla fine del suo contratto, l’imprenditrice si ritrova sul tavolo un’offerta di lavoro a tempo indeterminato e una proposta da parte di Gi Group di Stefano Colli Lanzi, di prendere le redini della società di formazione, l’attuale Tack Tmi. “Mi entusiasmava tornare sui binari che avevo scelto all’inizio, l’aggiornamento manageriale. Tack Tmi è un brand internazionale, un network che gestisce progetti di formazione e sviluppo delle risorse umane, diffuso in 55 paesi, tra Uk e Europa del Nord; parliamo di aziende nate 60 anni fa”.

Vende My talent team a Gi Group e smette i panni dell’imprenditrice per rimettere quelli della manager. “Per portare avanti dei progetti che in un contesto imprenditoriale mio non avrei potuto. Non è stata la quinta startup, ma molto di più, perché l’azienda esisteva, non avevo davanti un foglio bianco su cui scrivere cose nuove, dovevo riordinare, cosa che poi è accaduta; correggere e rimodulare a volte è più difficile che partire da zero”.

L’head quarter è a Milano, una sede è a Roma e via via aprono uffici a Napoli, Bologna, Padova, Torino e Brescia, con 40 dipendenti e cinque milioni di euro di fatturato nel 2018, con un trend in continua crescita. “Siamo partiti da un milione e mezzo, e nel 2017 abbiamo toccato i tre milioni e mezzo”.

A casa a Roma c’è Sveva, la sua bimba di otto anni, che ha cresciuto da mamma single, “col papà ci siamo lasciati un po’ prima che lei arrivasse. È stata un’avventura, con il supporto immancabile di mia madre che, nonostante viva ancora a Napoli, è sempre stata presente. E io torno a Napoli volentieri per amore verso la città. Lì ho fatto nascere mia figlia”.
Il bilanciamento tra lavoro e famiglia è stata un’altra sfida fin dai primi momenti. “Avevo un’attività imprenditoriale: ho spento il pc la sera prima di partorire e l’ho riacceso due giorni dopo. Allattavo a sinistra e con la mano destra rispondevo alle email. Mi sono presa 15 giorni ed ero già sul treno, avevo ricominciato a pieno ritmo”. Grande dedizione e salti mortali. “Il papà lo conosce e lo vede, limitatamente, passano insieme del tempo”.

La top manager non nasconde la difficoltà di tenere insieme tutti i pezzi. Considera la maternità un’esperienza formativa che sviluppa competenze e capacità diverse, utili nel contesto lavorativo a gestire più attività nello stesso tempo, emergenze e problem solving. Si muove tanto per lavoro, tutte le settimane è a Milano, dove ci sono le funzioni centrali del gruppo, ma il suo punto di riferimento è Roma dove c’è la sua bambina e una baby sitter che ha vissuto a lungo con loro due, ma ora non più. “Era importante recuperare una dimensione di intimità familiare, anche se il supporto della tata continua ad essere indispensabile”.

Il percorso di carriera l’ha cambiata. “Ho imparato a pormi in maniera più empatica con le persone, a uscire un po’ da me stessa per entrare nelle emozioni dell’altro, il campo di allenamento della famiglia è molto formativo. Sono una coach e lo sono diventata nel 2015 durante la mia esperienza imprenditoriale; in quel momento impari a metterti gli occhiali per confrontarti con un punto di vista davvero diverso dal tuo, a  vedere le cose come le vedono gli altri. Mi sento cambiata e più ammorbidita. A mio agio nel prendere decisioni, con grande attenzione per le persone e capacità di isolare i propri affanni e non riversarli nel contesto lavorativo. Cercare di contaminare gli ambienti soltanto con cose positive”.

Da manager, agli inizi della sua professione, ha vissuto il confronto con situazioni lavorative particolarmente critiche, “quando gestivo l’agenzia cercavo di aiutare, il mio compito era cercare la persona giusta nel contesto giusto. Ci sono state le soddisfazioni per i tanti giovani che hanno trovato un’occupazione e hanno fatto anche carriera seguendo le nostre indicazioni. E ho provato l’ansia per quelli che non volevano accettare un impiego perché con il lavoro nero guadagnavano di più. Questo mi feriva, mi lasciava l’amaro in bocca”.

Irene Vecchione è una donna che non si risparmia, nemmeno nello sport. Lo sforzo fisico per lei è una buona terapia. Qualche anno fa faceva kitesurfing, uno sport velico molto impegnativo, e rowing, il canottaggio a secco. “Poi ho avuto un incidente in motorino e ho dovuto rallentare parecchio. In compenso Sveva e io facciamo dei viaggi; di recente un long week end in Portogallo per festeggiare il dottorato di ricerca di un amico di famiglia, e una vacanza alle Maldive. Ci piace fare shopping insieme. Leggo quando ho tempo, per lo più libri di business. Il mio difetto principale è la precisione, mi chiamano la perfettina. Il lato debole del carattere è che non amo essere contraddetta, è una lotta continua. Il film della vita è Sliding doors”.
 



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