ROMA – Non ci resta che il cibo, quello buono però. E’ l’amara considerazione che viene scorrendo i dati del Food Industry Monitor (FIM), analisi economica, forse una delle più importanti, del settore alimentare italiano. E sì perché in un anno, il 2018, in cui il Pil italiano ha faticato a raggiungere il punto percentuale di crescita,  il Pil del cibo di qualità ha fatto un bel +3,1 per cento. Un balzo in avanti che secondo l’analisi è destinato mantenersi su quei livelli, spinto dalle esportazioni (dazi permettendo). Più 3%, nell’anno in corso, per ripiegare al 2,9 nel 2020. Certo stiamo parlando di una nicchia, che però viene sempre più tenuta sotto osservazione da scienziati, medici e imprenditori naturalmente.

La verità è che l

e aziende del food che hanno puntato sull’artigianalità sono cresciute negli ultimi dieci anni molto più della media delle aziende che non hanno fatto la stessa scelta. E lo sanno bene a Pollenzo, là dove c’è l’Università di scienze gastronomiche. “Il legame con il territorio, l’artigianalità e l’innovazione nei processi produttivi – spiega Carmine Garzia, coordinatrice della ricerca e docente alla Unisg – sono le principali determinanti della crescita redditizia delle aziende del comparto, sia per quanto riguarda la redditività delle vendite (ROS), sia per quella del capitale investito (ROIC)”.

Investire sulla qualità dunque non solo solo conviene ma crea reddito. Peccato però che solo il 30% delle aziende che sposano tradizione e qualità, abbia un canale di vendita online. Troppo poco nell’era digitale. 

Secondo lo studio – condotto da Ceresio Investor – i comparti che crescono di più sono quelli delle farine, del food equipment, oltre a caffè, surgelati, olio, packaging e vino. Quello che rende di più è invece storicamente il comparto dei distillati. Buone performance anche per i comparti dell’acqua, dei dolci, della birra e della pasta, che registrano valori superiori alla media dell’intero settore. Chi investe lì ha un ritorno economico superiore rispetto agli altri (ma non se confrontato con settori diversi). 

Un altro comparto interessante è il packaging, uno dei principali driver dell’innovazione nel food. E ora, tra l’altro, si è aperta anche la sfida per creare imballaggi a ridotto impatto ambientale. I comparti che mostrano maggiore criticità invece sono invece quelli di salumi, olio e latte. Chi non ricorda le proteste dei pastori in Sardegna, costretti a scendere in piazza per ottenere un aumento del prezzo del latte. 

Arrivato alla quinta edizione l’Osservatorio presenta i dati economici e competitivi di 823 aziende, per un fatturato aggregato di circa 63 miliardi di euro, rappresentative del 71% delle società di capitali operanti nel settore. L’analisi ha preso in esame 15 comparti. Il mix che fa crescere la redditività aziendale è dato da tre fattori: tradizione, processi artigianali di lavorazione, selezioni delle materie prime provienti dal territorio e un livello di innovazione elevato. Mentre la leva di sviluppo passa da una comunicazione improntata alle Denominazioni d’Origine e ai Presidi Slow Food. La leva vincenete è il “fatto in casa”, quella che amano anche all’estero. 

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