COSA hanno a che fare un cane-robot e Alexa di Amazon o Siri di Apple? Molto più di quanto non crediate. Lo dimostra Astro, la nuova creatura sviluppata dal Machine Perception and Cognitive Robotics Laboratory (Mpcr) della Florida Atlantic University che grazie all’intelligenza artificiale di cui sono dotati gli assistenti vocali risponde ai comandi come ancora i suoi simili non sembrano saper fare. La testa, stampata in 3D per replicare le fattezze di un Doberman pinsher, contiene un computer (Nvidia Jetson TX2) con 4 teraflop di potenza di calcolo. E’ il cervello che gli consente di eseguire i comandi che riceve e allo stesso tempo di apprendere dall’esperienza.

Forse le sembianze lasciano ancora a desiderare, ma per quanto riguarda il comportamento Astro incarna l’evoluzione di androidi zoomorfi, come quelli già avanzati della Boston Dynamics e non solo, in grado però di processare le informazioni ricevute per svolgere azioni non pre-programmate, quindi frutto di un apprendimento basato su una rete neurale ”profonda”, ovvero una simulazione computerizzata del cervello.

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La dotazione tecnologica è di tutto rispetto. Astro si muove e interagisce grazie a sensori, imaging radar, telecamere e un microfono direzionale che fanno di lui un cucciolo da addestrare di 45 kg. Ad esempio, risponde ai comandi proprio come un cane: si siede, si alza, si sdraia su richiesta. Per arrivare, via via, a rispondere ai gesti, capire diverse lingue, coordinare i suoi movimenti con i droni, fino a distinguere i volti umani e a riconoscere altri cani.

Più di 12 sensori lo rendono un candidato ideale per diventare un fedele aiutante delle forze dell’ordine o collaborare nelle operazioni di salvataggio, oltre che come cane-guida sempre più capace di percepire suoni, attivare i radar in presenza di gas o esplosivi, apprendere i movimenti utili e fornire prima o poi persino screening diagnostici.

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Nel video dimostrativo della Feu il cane-robot esegue i comandi in modo impeccabile e trotterella sui prati del campus universitario, niente in confronto a quel che piano piano impara a fare, ad esempio percepire richieste di aiuto che non rientrano nel campo uditivo umano. Al di là delle zampe articolate e del manto con codina statica a coprire gli avanzati meccanismi che lo regolano, il vero tallone d’Achille di Astro sembra essere l’espressività: lo sguardo digitale lo rende ancora lontano dai suoi simili in carne ossa. Forse perché sull’empatia uomo-cane c’è ancora parecchio da fare per quanto riguarda le macchine.


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Carlo Verdelli
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