ROMA – In coda alla classifica europea per la capacità di attirare investimenti, tra i primi Paesi invece per la fuga del capitale umano, al terzo posto dopo Romania e Polonia: l’Italia appare sempre di più come un luogo da dove “andar via o stare lontano”, afferma un’indagine Censis, presentata stamane a Roma in occasione della celebrazione del Centenario di Confcooperative. L’Assemblea è un’occasione per ricordare lo straordinario successo del modello cooperativo: oltre 3 milioni di soci, un fatturato aggregato di 64 miliardi, più di mezzo milione di lavoratori impiegati, ricorda il presidente Maurizio Gardini, alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Ma anche per fare il punto su un Paese che rischia di rimanere stritolato in quello che l’indagine definisce il “dumping” europeo: aliquote fiscali tutte diverse (e in genere più vantaggiose di quelle italiane), costo del lavoro ancora troppo basso nei Paesi dell’Est, che continuano a essere sede privilegiata di delocalizzazioni, opportunità molto differenti, che spingono i giovani laureati a cercare un lavoro migliore altrove.

Una situazione che “sta determinando una pressione al ribasso”, sottolinea Gardini, “una condizione di sperequazione su cui si deve necessariamente intervenire, pena il rinvio sine die dell’unione politica prima ancora che economica e fiscale. Non possiamo difenderci dalla concorrenza sleale dei Paesi extra Ue, ma dobbiamo almeno regolare il cortile di casa nostra. La tolleranza fin qui ammessa, nei confronti di questo stato di cose, ha alimentato molti danni economici. Secondo il Parlamento europeo, nell’Unione a 28, si perdono ogni anno, circa 1.000 miliardi di euro, come mancato gettito a causa dell’evasione e dell’elusione fiscale”, è l’appello che Confcooperative fa ai prossimi europarlamentari alla vigilia delle elezioni europee.

A rendere l’Italia poco attraente è innanzitutto la situazione fiscale poco conveniente per chi vuole investire: tra i 28 diversi sistemi che caratterizzano l’Unione Europea (ogni Paese ha il suo, ricorda l’indagine Censis) quattro hanno un’aliquota fiscale implicita sul reddito delle società che si colloca al di sotto dell’11% (Lussemburgo, Lituania, Irlanda e Romania), mentre altri cinque restano sotto il 15%. “L’approccio ‘aggressivo’ di alcuni sistemi fiscali – osservano gli autori dell’indagine – e la capacità di attrazione di attività economiche e di gettito fiscale ha chiaramente dei riflessi sugli investimenti esteri”. Per cui, mentre la quota di investimenti esteri sul Pil per la Francia arriva al 31,8%, per l’Italia si ferma al 20,3%.

I capitali delle imprese fanno fatica ad arrivare, il capitale umano fugge: gli italiani sono al terzo posto con una quota dell’8% nella classifica dei Paesi dai quali nel 2017 sono “fuggite” 17 milioni di persone. Spesso per ricollocarsi in un altro Paese europeo, una forma di “delocalizzazione”  che altera “gli equilibri occupazionali interni” e rallenta i processi di convergenza europei.

Se la delocalizzazione rallenta, le destinazioni però si diversificano: la Cina ha acquistato una posizione di rilievo, divenendo una destinazione importante soprattutto per i Paesi dell’area Ue-15. Enormi poi le differenze nei salari minimi (condizione che favorisce la delocalizzazione): si va da oltre 10 euro per il Lussemburgo e la Francia a meno di due euro per la Bulgaria.
 

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