ROMA – La notizia ha fatto il giro del mondo: Maker Media, la casa editrice della rivista Make e organizzatrice delle due Maker Faire americane principali, in California e a New York, è vicina al fallimento. Dale Dougherty, a capo della compagnia, al sito TechCrunch  ha confermato le difficoltà così come il licenziamento delle 22 persone che lavoravano nell’azienda e la cessazione momentanea di ogni attività. Brutto colpo per il movimento dei maker, gli artigiani del digitale, cresciuto a vista d’occhio da quel 2006 quando a San Mateo si svolse la prima fiera. A tredici anni di distanza, dopo che le stampanti 3D sono diventate di dominio pubblico, almeno oltreoceano qualcosa si è inceppato e quella che doveva essere una grande rivoluzione rischia ora di perdere un tassello centrale. Massimo Banzi, fra i padri del processore open source Arduino e cocuratore dell’edizione italiana della Maker Fiare, che è fra le più grosse al mondo, ci tiene però a sottolineare che le difficoltà di Make Media non significano la fine dei maker né delle Marker Faire.

“Quello che sta succedendo è stato mal interpreto”, precisa Banzi. “Un’azienda, Maker Media, che ha sia la rivista Make sia il marchio Maker Faire e che ne organizza due a New York e nella Bay Area, attraversa un momento difficile. Le altre fiere, le più grosse sono quelle di Roma, Tokyo e Shenzhen, hanno la licenza di quel marchio sono rette da diversi ecosistemi. Qui da noi ad esempio è organizzata dalla Camera di commercio di Roma. Insomma, son cose diverse”.

Di fatto però se Maker Media dovesse fallire sarebbe comunque la fine di un’era. Cosa è successo esattamente?
Dale Dougherty ha fatto un lavoro importante: ha dato un nome al movimento dei maker e ha creato una serie di eventi per loro. Ma la Maker Faire della Bay Area, una delle zone più ricche al mondo, ha costi enormi per chi organizza e di conseguenza per chi deve partecipare. I maker sono artigiani che nascono dal basso e si sostenevano l’un altro, cosa che poi si è un po’ persa. In ogni caso partecipare ad un evento simile non è alla portata di tutti e dall’altra parte è venuto a mancare l’appoggio di colossi della tecnologia che in passato avevano avuto aspettative forse esagerate. Speravano, sponsorizzando la fiera, che sarebbe arrivato un flusso continuo di idee e progetti open source ai quali attingere”.


Maker Faire in crisi negli Usa. “Ma qui in Italia continuerà”

Dale Dougherty

Insomma, la stampanti 3D fanno notizia ma non è facile poi crearci un modello di business sostenibile?  
“No, non la metterei su questo piano, anche perché grazie a questo movimento se nel 2007 creare una stampante 3D era molto difficile, oggi la si può comprare con 500 euro su Amazon. E poi la Maker Fiare è sostenibile, basta guadare all’esempio di Roma. Ogni edizione ha una sua anima e una sua linea. Quella californiana ha sempre avuto ana certa tendenza all’intrattenimento e un legame con festival come il Burning Man. A Roma, l’evento maggiore in Europa, da ben sei anni si costruiscono dei ponti fra innovatori, pubblica amministrazione e aziende. Questa è la sua missione. E si concentra sui contenuti, sulla concretezza, sulla formazione, coinvolgendo dagli studenti alle università”.  

Ora cosa succederà secondo lei?
“Maker Media potrebbe trasformarsi in una non profit e proseguire ad operare. Stiamo ragionando su come aiutarli. Detto questo vale la pena ricordare che un processore come Arduino, uno dei simboli di questa cultura, esisteva prima che venisse usata la parola maker e continuerà ad esistere anche le Make Media dovesse fallire. Vale in generale per chi opera in questo ambito così come per le altre Maker Faire”.

Qualcosa però è cambiato.
“Il mondo è cambiato. Bisogna trovare un nuovo centro e una nuova sietesi che rappresenti questa forma di innovazione oggi. Adesso sono lo strumento migliore per portare innovazione nelle piccole e medie imprese e promuovere la cultura del fare digitale nelle scuole. Alla Maker Faire di Roma abbiamo avuto rappresentati di 28 Paesi europei, più altri che venivano da Usa, India, Singapore. Certo, convincere le persone a venire a Roma non è facile eppure cresciamo di anno in anno. E anche fossimo costretti a cambiar nome, cosa che mi sembra improbabile, continueremo su questa strada”.   

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