Da laboratorio di falegnameria a “piccola multinazionale tascabile”. Giulia Molteni, 40 anni compiuti a giugno, nata a Como, parte della terza generazione al vertice del gruppo industriale brianzolo dell’arredamento, nell’azienda di famiglia è capo del marketing e della comunicazione. A Giussano, nel cuore del distretto della Brianza in cui fin dal Medioevo si sono prodotti mobili, lavora dal 2007 al fianco del padre Carlo, classe 1943, presidente e amministratore delegato.

Un’impresa fondata dai nonni Angelo e Giuseppina nel 1934, capaci e lungimiranti. Anticipatori di tendenze e modernità che già negli anni Cinquanta, con 200 operai, resero la Molteni tra le più grandi aziende di mobili d’Europa. “Mio nonno era figlio di un falegname e produceva per conto terzi. Mia nonna invece aveva studiato, le commerciali dell’epoca, era una donna preparata che lavorava in un’azienda di tessuti. Si sono messi insieme e hanno aperto un piccolo laboratorio. Lui ha avuto la prontezza di andare in Germania e importare macchinari per la lavorazione del legno”. Da bottega artigiana Molteni si è trasformata in una vera e propria industria che ha avviato la produzione in serie con grandi volumi. Era il dopoguerra e si doveva arredare tutta l’Italia. “Loro si specializzarono in camere da letto. Nel 1961 mio nonno fu tra i 14 fondatori del Salone del mobile: era molto ambizioso”.

A 18 anni, mentre studiava Economia, Carlo Molteni ha cominciato a lavorare in azienda. “Andava a comprare il teak in Tailandia, perché ancora si tranciava il legno internamente, il percorso produttivo era del tutto in house, dalla materia prima al mobile finito”. Nel 1968 c’è stata la svolta. Non più arredi classici, si cambiava stile. Con Cassina e pochi altri marchi inizia così l’avventura del design già percorsa dai nordici, le aziende più coraggiose che hanno osato per prime hanno avuto ragione.
“Il nostro diventa un prodotto colto, disegnato dai più prestigiosi studi di architettura del mondo, di altissima qualità e rappresenta il made in Italy, la chiave del successo”. Archistar e design di livello internazionale come Aldo Rossi, Afra e Tobia Scarpa, l’inglese Jasper Morrison, firmano i pezzi pregiati della collezione Molteni. Il modello anni Settanta dell’impresa industriale brianzola è un poker di quattro aziende diverse ma complementari, ciascuna leader nel proprio settore: Molteni&C, mobili per la casa, Unifor e Citterio, pareti divisorie e arredi per ufficio, Dada con le cucine. Nasce il gruppo Molteni. I fatturati salgono, bilancio dopo bilancio. Con l’ingresso nel mercato del contract, l’azienda si assicura una crescita costante del 10 per cento all’anno e uno sviluppo corretto ed equilibrato.

Seconda di tre fratelli, con Francesca, la più grande, creatrice di eventi culturali, e Giovanni il più piccolo, responsabile della produzione, Giulia Molteni è la prima a entrare in azienda. Senza fretta però. Il sangue misto, “mia mamma Luisella è piemontese, papà, brianzolo, più sedentario”, favorisce e stimola il suo spirito viaggiatore, la voglia di vedere il mondo. “Per andare all’estero ho dovuto attendere di finire l’università, e forse è stato anche un bene che i miei genitori tendessero a frenare certe esuberanze”. Dopo il liceo classico e la laurea in Economia alla Bocconi, se ne va a New York per uno stage. “Per papà e mamma è stata una sorpresa, ma a parte quel briciolo di preoccupazione, mi sembravano felici”.

Quattro anni negli States impiegata presso Loro Piana, allora un’azienda familiare piemontese, specializzata nei beni di lusso. “Un gruppo simile a noi come valori e qualità, un settore attiguo, molto paragonabile come spirito”. Nei primi dodici mesi è in Connecticut, dove il brand italiano aveva una fabbrica, e per i tre anni successivi va alla scoperta della Grande Mela. “Mi sono occupata di cose diverse ma soprattutto ho seguito un progetto di controllo di gestione, implementazione di costi standard, a cavallo con l’Italia. Un lavoro interessante e istruttivo per una neo laureata. A New York spaziavo dal retail al marketing, è stata l’occasione preziosa di vedere diverse funzioni. Credo di aver imparato parecchio, e mi è stata offerta la possibilità di conoscere altre culture. New York è un posto che ti obbliga a osare, a metterti alla prova e ti aiuta a tirare fuori il carattere”.

Quando l’imprenditrice sbarca nell’industria di famiglia è retail manager, si occupa del concept, della gestione e dello sviluppo dei flagship stores, i negozi monomarca Molteni&C e Dada nel mondo. Cura le sfavillanti aperture di Londra e New York. “Da lì mi sono allargata al marketing e alla comunicazione. Moda e design si assomigliano ma nel secondo caso il processo di acquisto non è d’impulso, ha tempi più lunghi”. Il ritorno alla base è venuto da sé. “Una serie di circostanze mi ha fatto riflettere e decidere che era ora di rientrare. Avevo grandi opportunità. Sono stata quella che ha rotto il ghiaccio anche con mio padre, che si è trovato per la prima volta di fronte a qualcuno capace di dirgli di no. A volte sbagliando, altre a ragione. Quando ti chiami Carlo Molteni, Cavaliere del lavoro, è molto difficile, ma il contradittorio tra noi c’era, c’è sempre stato e c’è ora. Nel bene e nel male. Una grande collaborazione generazionale”.

Concentrarsi e correre, sembra essere il mantra aziendale. “Molteni si sta trasformando in una piccola multinazionale tascabile, con tante persone che lavorano in tutto il mondo, anche se testa e cuore rimangono in Brianza”. Nel 2018 ha registrato un risultato di 400 milioni di euro come aggregato di gruppo, mentre il consolidato ammonta a 334 milioni di euro. Ogni anno si investe nei quattro centri di ricerca e sviluppo il 5 per cento dei ricavi. La produzione, con quattro siti industriali tutti in Italia e 120 linee per circa 180 mila metri quadrati di superficie produttiva coperta, conta 941 dipendenti dei quali un centinaio all’estero, dieci filiali commerciali, 600 punti vendita, 55 negozi mono brand, quattro nel nostro paese. “L’export in più di 90 nazioni è l’80 per cento, perché il mercato italiano, quantunque florido è più saturo, mentre all’estero lo spazio è maggiore: siamo negli Stati Uniti, in Africa e Asia”. Negozi monomarca di recente apertura sono a Los Angeles e a Shanghai e in Giappone Molteni raddoppia.

Tra i diversi marchi del gruppo si rafforza la sinergia, le cucine vanno a braccetto con i living, a livello operativo si integrano le funzioni. “Questa è la grande novità”. A Giussano, dove dal 2015 si è aperto anche il museo aziendale, opera un direttore generale che fa da guida e gioca un ruolo importante nel mantenere gli equilibri tra i componenti. Giulia Molteni ha un obiettivo preciso: “Siamo otto cugini, tutti soci, cinque operativi nel gruppo. Aspiriamo a far crescere l’azienda e a mantenere la famiglia unita, il che è una bella sfida. Lo dissi dall’inizio che i tempi erano cambiati”. Si doveva guardare lontano.

“Quando sono arrivata mio padre faceva mille cose tutte insieme e da solo. La crisi, la globalizzazione ci hanno obbligati a diventare più efficienti, a sbagliare pochissimo, molto meno dei nostri genitori perché il contesto non te lo permette. Per fortuna la tecnologia ci dà la libertà di dialogare con tutto il mondo e di superare le barriere culturali. Siamo anche molto più veloci grazie a industria 4.0, con linee che riescono ad adeguare il prodotto al cliente in tempi brevi. Sono riuscita a inserire nel mio team ragazzi giovani e preparatissimi. L’Italia è un paese strano con delle eccellenze e aziende bellissime che esportano ovunque. Ci dobbiamo un po’ svegliare, fare investimenti e focalizzarci su una politica industriale che fornisca reali aiuti alle imprese”.

Supportare di più il lavoro femminile, “mi piacerebbe proprio nella mia posizione, visto che le donne in azienda sono numerose. In Italia si dà poco aiuto sia alla famiglia che al lavoro. Vorrei introdurre lo smart working, più flessibilità, il part time è difficile, in genere lo applicano solo le multinazionali. Quando posso lo faccio. A essere mamme si impara a gestire tante cose insieme”.

Concentrarsi e correre per Giulia Molteni sono anche le regole della propria vita privata. Tre figli: sette e cinque anni Edoardo e Maria, e Vittorio di quattro mesi. “Accompagno all’asilo la piccola, sanno che hanno una mamma sprint, si lavora anche un po’ per loro. Mio marito è avvocato penalista, tutt’altro mestiere, per questo abbiamo dialoghi un po’ più interessanti. Con il primo figlio ho passato sei mesi a casa, poi le responsabilità sono andate crescendo. Ma io non posso servire da esempio, sono molto fortunata, riesco a organizzarmi”. C’è tantissima famiglia nel suo non lavoro, “mi piace viaggiare non per posti molto lontani, ora li porto a Venezia a vedere la Biennale, cerco cose creative nel mondo che ci circonda, situazioni divertenti, cominciano a guardarsi intorno. Viaggiare ti apre la testa”. Vela e sci sono gli sport che ama praticare.

La sua agenda è piena di appuntamenti. “Adesso andrò a Los Angeles, a novembre in Cina al Salone del mobile di Shangai, a Londra per due giorni, fa parte del mio ruolo, rappresento la famiglia”. Nel futuro di Molteni ci sono nuove acquisizioni, “stiamo  valutando percorsi di crescita per via interna ed esterna per rafforzare quello che già c’è e aggiungere parti mancanti della nostra collezione. Andare in Borsa perché no, ingresso di capitali mai dire mai, ma oggi non è nei nostri piani, siamo sempre cresciuti con le nostre gambe”.

Cosa ama di più del suo lavoro Giulia Molteni? “L’opportunità di parlare con i nomi più prestigiosi dell’architettura, da Foster + partners a Renzo Piano, con uno sguardo a 360 gradi sulle abitudini del mondo, la capacità di innovare”.

L’evento che le stava a cuore è stato riportare alla ribalta Gio Ponti, il celebre architetto milanese, con un accordo con gli eredi. “Oggi siamo produttori esclusivi di riedizioni nel settore dell’arredo delle opere di un grande maestro del Novecento attraverso i disegni originali custoditi nei Gio Ponti Archives. Un’operazione vincente”. Il mobile a cui è più legata è il ‘Carteggio’ di Aldo Rossi, “un mobile secretaire anni Ottanta che mi ha accompagnato in tutte le mie case e mi aiuta a tenere in ordine”. Il libro perfetto? ‘Fate la nanna’, dà suggerimenti su come far dormire i neonati.



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